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	<description>Un viaggio dentro e attorno l&#039;universo dotART.</description>
	<lastBuildDate>Wed, 16 May 2012 10:41:13 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Concorsi, fotografia, realtà: Claudio Micali</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:41:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Srelz</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[professionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Micali]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Roberto Srelz] Claudio Micali, nato nel 1959. Claudo, nell&#8217;ambito di dotART Magazine e delle altre attività giornalistiche e d&#8217;immagine, abbiamo iniziato a incontrare di persona i fotografi, e a presentarli. Mi piace collaborare a queste iniziative, lo trovo molto &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/concorsi-fotografia-realta-claudio-micali">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/claudiomicali.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1051" title="claudiomicali" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/claudiomicali-239x300.jpg" alt="" width="239" height="300" /></a>[di Roberto Srelz] Claudio Micali, nato nel 1959. Claudo, nell&#8217;ambito di dotART Magazine e delle altre attività giornalistiche e d&#8217;immagine, abbiamo iniziato a incontrare di persona i fotografi, e a presentarli.</em></p>
<p>Mi piace collaborare a queste iniziative, lo trovo molto positivo, certamente.</p>
<p><em>Da quanti anni sei in questo mondo?</em></p>
<p>Ascolta, lo faccio da quando avevo dieci anni. Mio papà era appassionato di fotografia &#8211; è qualcosa di comune a molti altri che hanno intrapreso la carriera. Una passione anche tecnica. Ho ancora tutta la serie Minolta, dalla 101 alla 303. Nikon FM, FR. Canon. Hasselblad. Rollei. Possiedo un parco di macchine e obiettivi enorme; potrei quasi definirla una collezione.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/ndptrieste11_020.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1054" title="NDP 2011" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/ndptrieste11_020-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>A sedici anni, avevo iniziato a lavorare da Buffa, in Corso Italia, a Trieste. Ci ho lavorato per diciott&#8217;anni; vivevo in un negozio di fotografia, mi arrivavano le macchine fotografiche nuove, usate &#8230; &#8216;vi do&#8217; questa per prendere l&#8217;altra&#8217;. &#8216;Ah, bene&#8217;. Cinquantamila Lire e la prendevo io, perfetta. E con la passione di mio papà per la fotografia mi sono rimasti tutti gli ingranditori; a dieci anni passavo gran parte del mio tempo libero in camera oscura al suo fianco. È così che ho iniziato.</p>
<p>Poi nel negozio di fotografia avevo la possibilità di lavorare assieme o per altri negozi; diverse cose. La moda. Vicino a noi c&#8217;era Beltrame, sempre a Trieste &#8211; ho fotografato molte delle commesse che ci hanno lavorato nel corso di quei diciott&#8217;anni.</p>
<p><em>Hai iniziato subito con la moda, quindi?</em></p>
<p>Si, si. Mi piaceva molto. Eravamo vicini di negozio e proponevo loro di posare, quasi ogni domenica ero al Castello di Miramare con una di loro a far foto. Con il rullino. Figurati, scattavi tre, quattro rullini e voleva dire una bella cifra. Foto, foto, foto. Poi per un periodo ho smesso col negozio, ho iniziato a far altro &#8211; ho fatto il rappresentante, per un po&#8217; di tempo. Però non si è interrotta la passione, perché il lavoro di rappresentante mi permetteva di creare contatti, di incontrare persone, in Friuli particolarmente, in altre regioni. Così ho ripreso a far foto, per divertimento.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/elisa_ts10_008.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1047" title="ELISA - HEART ALIVE TOUR 2010" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/elisa_ts10_008-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>E come mai sei poi tornato, da protagonista, nel mondo dei fotografi?</em></p>
<p>Nel 2005, ho avuto l&#8217;occasione di partecipare all&#8217;evento organizzato da MTV qui a Trieste &#8211; e grazie ad alcuni contatti che avevo, ho potuto salire, come punto di osservazione, sul tetto della Prefettura, assieme a un altro fotografo. Eravamo gli unici in quella posizione e ne è venuto fuori un servizio molto buono. Dopo l&#8217;ho pubblicato, con l&#8217;autorizzazione di MTV, e da loro ho ricevuto un ingaggio; le mie foto erano piaciute, le consideravano interessanti. Mi hanno chiesto se volevo collaborare, e da quella volta sono rimasto in contatto con loro, ed in seguito ho realizzato delle collaborazioni anche con la Red Bull Bike Nights e con il TRL Tour. Per quanto riguarda Trieste; perché ho scelto di non spostarmi, ho preferito restare a casa, sul territorio.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/biagioantonacci_01.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1048" title="BIAGIO ANTONACCI" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/biagioantonacci_01-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Cosi&#8217; è nato tutto per gioco e poi è diventato un impegno molto bello, molto importante. Non sono mancate le collaborazioni da esempio con Il Tim Tour, 80 Festival, Radio Company. Molto spesso con i giovani, con la musica. Poi con Azalea, i concerti, sempre qui a Trieste, già da quattro o cinque anni. Così cominci magari per scherzo e poi pian piano, se fai bene, diventa una cosa molto entusiasmante. Poi, il campo sportivo. E quel punto mi sono detto, &#8216;Beh, mi chiamano tantissime volte, un po&#8217; tutti, e allora faccio il fotografo, perché no&#8217;.</p>
<p><em>Hai uno studio tuo, Claudio?</em></p>
<p>No. Ho iniziato più di una volta collaborazioni, però non si sono concretizzate in uno studio fotografico. Adesso lavoro con gli studi a noleggio. Non è facile; per il tipo di lavoro che faccio io, avrei bisogno di uno studio molto grande, con tanto spazio a disposizione.</p>
<p><em>Lavori ancora come fotografo sportivo?</em></p>
<p>Certo. E&#8217; un settore che mi interessa molto. Lo scorso anno, ad esempio, ho avuto l’opportunità di essere il fotografo ufficiale dei World Junior Women&#8217;s Water Polo Championships. Un grosso lavoro, veramente impegnativo. Gli Europei di Karate. Pallavolo Italia-Corea. Tante. cose. Calcio provinciale. Seguo la Pallanuoto, quando le squadre giocano in città.</p>
<p><span id="more-1036"></span></p>
<p><em>Su cosa sei impegnato in questo momento?</em></p>
<p>È da un po’ che penso di iniziare ad organizzare giornate di &#8216;<em>Model Sharing</em>&#8216;. Proporre cioè, ai fotografi, dei pacchetti che uniscano location, modelle ed un set fotografico attrezzato &#8211; in modo che per una cifra non troppo elevata sia possibile per loro sperimentare, sia professionisti che non, un genere di fotografia al quale magari si approcciano per la prima volta. Cinque, dieci fotografi, magari dieci amatori che vogliono divertirsi la domenica su un set.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/davidmorales_02.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1049" title="davidmorales_02" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/davidmorales_02-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>È  una bellissima iniziativa. Come fai però a sostenerne poi il costo? Con gli sponsor?</em></p>
<p>Come ti dicevo ho moltissimi contatti sia fra i fotografi e fotoamatori che le modelle, anche agli inizi. A questo punto si deve solo trovare la location giusta ed un tema che possa interessare entrambi, poi il costo da sostenere va diviso tra i fotografi stessi che riescono così a ottenere un valido servizio a costi ridotti.</p>
<p>Tengo a a precisare che non è una questione di guadagno; l&#8217;anno scorso ho messo anche molto di tasca mia, sia nei premi che nella pubblicità. Nel promuovere i concorsi non mi metto mai per primo, non m&#8217;interessa apparire per primo: è giusto che figurino per primi quelli che mi danno l&#8217;opportunità di farlo, di organizzarlo. Mi piacerebbe almeno andare in pari con le spese ..! Poter dire: &#8216;è stata una bella cosa, non ci ho guadagnato niente ma almeno non ho perso e c&#8217;è stata soddisfazione, sono contento&#8217;.</p>
<p>Mi occupo anche di grafica, direi che ci sto lavorando molto: ho iniziato con la fotografia e la grafica era una cosa collaterale, nel 2005, però l&#8217;attività, che prima era solo collaterale, si è espansa moltissimo. Se il cliente ha bisogno di grafica professionale, di inserire l&#8217;immagine in un contesto, scatto le foto, le elaboro e poi penso anche al resto &#8211; nel pensare alla grafica, partendo comunque da foto mie, posso ottenere un buon risultato. E questo è un po&#8217; il trend di mercato, almeno in quello che vedo io &#8211; per darti un&#8217;idea, in dicembre ho avuto una distribuzione complessiva di 120.000 volantini legati a una trentina di servizi fotografici pubblicitari, contro dieci servizi fotografici esterni. La fotografia professionale, quindi, per me, è diventato un qualcosa di agganciato a un&#8217;altra attività prevalente. Cambiamenti che devi seguire, se ci lavori.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/dalladegregori11ts_011bn.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1053" title="Work In Progress - Dalla DeGregori" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/dalladegregori11ts_011bn-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a>Ma ti piace sempre?</em></p>
<p>La fotografia? Si, assolutamente. La fotografia è la passione più importante, per me. Non è solo lavoro. L&#8217;ho sempre seguita, mi sono sempre appassionato alle cose &#8230; partecipavo alle &#8216;Photo Communities&#8217;, cercavo di seguire e di dare consigli. Il consiglio che davo a mia volta era sempre questo: fotografare. Non è per niente banale, come cosa, se ci pensi. Tempo addietro, con l’analogico, dovevi anche studiare e diventare padrone della tecnica. È giusto, avere conoscenza della tecnica. Però, con il digitale, la conoscenza, la cognizione tecnica della fotografia diventa un fattore secondario. L&#8217;apprendi sul campo, provando e riprovando e studiando solo quel poco che è necessario. Fai foto; fotografa. Questo è l&#8217;importante con il digitale, fai più foto che puoi, sperimenta, perché puoi permettertelo. Vedi subito i tuoi errori; non ti è più necessario studiare numeri e ragionare su tutto fino all&#8217;ultimo particolare.</p>
<p><em>Quindi secondo te non val più la pena di studiare la tecnica fotografica?</em></p>
<p>Senza estremizzare ma: è inutile che stiamo la&#8217; insieme a studiare per ore il diaframma, la sensibilità, i tempi, e ad imparare a memoria la reciprocità fra i fattori; è inutile star lì a tavolino a simulare che cosa succede immaginandolo. A spiegarci la profondità di campo sulla carta. Quando ritorni a casa, dopo esser rimasto per delle ore su un foglio, quanto, di quello, hai veramente assimilato? Non è molto più bello, più pratico, scattare, girare la rotellina e schiacciare il pulsantino, e vedere la differenza? Fin che non la memorizzi, non la impari? Scattare. Far foto. Più che si può.</p>
<p>Ho sempre detto, e dico, di non considerarmi un professionista. Io sono e rimarrò un fotoamatore. Nel momento in cui inizierò a dirvi: &#8216;sono un professionista&#8217;, vorrà dire che non ci sarà più dentro di me la passione per la fotografia, ma che sarà diventato tutto lavoro. E, in quel momento, l&#8217;abbandonerò.</p>
<p><em>Perché?</em></p>
<p>Perché io vedo tanti fotografi professionisti e così come vedo loro vedo, sinceramente, le foto brutte che fanno. E perché le fanno, quelle foto brutte? Perché pensano solo al guadagno. &#8216;Mi sono fatto un nome&#8217;. Quando si dicono questo, io credo che, dentro di loro, non siano più interessati alla qualità di una fotografia. &#8216;Adesso mi sono fatto un nome; ecco, adesso improvviso, butto su qualcosa, tanto potrò vendere lo stesso&#8217;. Più di una volta ho parlato di questo con associazioni, con negozi che hanno lavorato molto anche con fotografi molto conosciuti. Devi curarle bene, le cose che fai. Metterci passione sempre. Mi piace.</p>
<p><em>Certo.</em></p>
<p>Un giorno forse mi stancherò, non so se sarà per sempre così come adesso e com&#8217;è da tanti anni. Potrei arrivare a un punto nel quale mi accorgerò di non avere più passione, di improvvisare male, allo stesso modo. A quel punto mi tirerò indietro. Abbandonerò, farò qualcosa d&#8217;altro. Probabilmente continuerò a far foto, ma solo nel tempo libero, per conto mio.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/ligabue10_016.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1055" title="ligabue10_016" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/ligabue10_016-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>La fotografia è arte o tecnica, secondo te? O arte e tecnica allo stesso tempo?</em></p>
<p>La fotografia è arte prima di tutto. La tecnica è il suo complemento. Diventa utile, nel momento in cui ti avvicini alla fotografia, conoscere alcune tecniche per poterle poi impiegare, in maniera giusta, in un contesto creativo. Ti faccio un esempio, l&#8217;HDR &#8211; High Dynamic Range &#8230; esiste da una vita. A un certo punto c&#8217;è stato un boom; marketing! È diventato una moda &#8211; e via tutti di HDR! Calma, calma. Non fatelo. L&#8217; HDR va bene in certe situazioni, va bene per trasferire un certo tipo di sensazione, per un certo tipo di foto. Non dappertutto. Vedi in giro certe foto &#8230; &#8216;L&#8217;ho scattata in HDR!&#8217; &#8211; &#8216;Beh, bravo: è una vera schifezza&#8217;. Concettualmente, HDR, come altre tecniche, è una forma d&#8217;espressione artistica che però devi saper usare. Nei limiti; e solo in certe situazioni fotografiche. Fuori dal suo contesto ti da&#8217; risultati assurdi e completamente da buttar via. Come Photoshop &#8230;</p>
<p><em>Cosa mi dici dell&#8217;uso di Photoshop?</em></p>
<p>Photoshop come strumento è una cosa bellissima, eccezionale. Non devi abusarne; non dovresti modificare la realtà. Puoi esserci costretto, però, per lavoro &#8211; devo dirti che nel mio lavoro, in particolare in pubblicità, lo uso tantissimo, e molto bene. Una modella su un volantino pubblicitario dev’essere perfetta; non puoi lasciare niente, nemmeno una ruga o un&#8217;imperfezione.</p>
<p>Ho la mia maniera di lavorare anche sui particolari: se, in una foto di gruppo, spunta una scarpa che non dovrebbe esserci, la tolgo. Se nella foto di una strada c&#8217;è un pacchetto di sigarette che non voglio, lo elimino. Per evitare che l&#8217;occhio cada su quei particolari di contrasto forte che non dovrebbero esserci. Immagina una foto del Carnevale, la festa, i coriandoli colorati e tutto il resto: se c&#8217;è un pacchetto di sigarette accartocciato per terra, tu guarderai quello. E io non voglio che accada.</p>
<p><em>Non pensi che presentare foto di modelle e modelli perfetti in tutto, innaturali, porti a dei problemi etici?</em></p>
<p>Tanti me lo dicono. Mi sottolineano che la foto dev&#8217;essere bella al naturale. È  giusto. Se faccio delle foto a una modella che le vuole per lei, per farne l&#8217;uso che vorrà, io gliele consegno solo con una post-produzione minima; contrasto, luci, le solite cose e basta. Se però quella stessa foto deve andare su un volantino pubblicitario o un manifesto per una campagna, non posso: deve sparire tutto, tutto dev&#8217;essere perfetto. Deve diventare una bambola. Questo perché è l&#8217;agenzia stessa, è il mondo della pubblicità a importelo. E non puoi opporti a esso se ci lavori dentro. Non sto a dirti qui se è giusto o sbagliato. È il nostro mondo; l&#8217;agenzia ciò che non è perfetto, che non segue un certo canone d&#8217;immagine, te lo rifiuta. Ti dice: &#8216;Non me ne frega niente della realtà; ne ho mille così. Io voglio questo &#8211; voglio il perfetto, e ancora di più&#8217;. Io esaspero la foto, certo; ma dove e quando devo farlo. Non mi piace; però devo. Mai al di fuori di quel contesto.</p>
<p>E qualche volta ti capita anche di poter veramente lavorare in maniera naturale: ricordo un servizio che ho fatto due anni fa per una rivista del gruppo Egmont’s Swedish magazine, foto a due modelle svedesi ingaggiate da loro stessi. &#8216;Usa il flash e scatta come farebbe una persona qualsiasi: non vogliamo foto straritoccate; dev&#8217;essere l&#8217;immagine della giornata di due ragazze in vacanza&#8217;. È stato molto bello. Di solito non è così. Poi mi ricordo che erano state le ragazze stesse a chiedere più ritocco: &#8216;Eh, ma, qui non siamo tanto belle &#8230;&#8217; &#8211; &#8216;No, ragazze. Così siete naturali. Non si ritocca nient&#8217;altro. Se vi tolgo questo, questo e questo, diventate ragazze-immagine, e non è quello che ci hanno chiesto&#8217;.</p>
<p>Ricorda che se vedi una delle ragazze dei miei cartelloni pubblicitari camminare per strada, normalmente non la riconosci. Non è lei, è un&#8217;altra persona: immagine pubblicitaria: mascella stretta, allungato il collo nella prospettiva, tolte tutte le imperfezioni &#8230;</p>
<p><em>Una non-persona.</em></p>
<p>La pubblicità e la realtà sono due mondi completamente diversi; qualche volta, non si parlano. Però dico sempre: quella foto gliel&#8217;ho fatta perché è per lavoro, per un cliente che mi ha chiesto, che ci ha chiesto, di essere e fare così. Se l&#8217;abbiamo accettato, lo dobbiamo fare. Se a lei voglio dare la foto che le ho fatto per passione, perché me le ha chieste personalmente, non la snaturerò. Se avrà un neo nella foto sarà perché ce l&#8217;ha, e non glielo toglierò con Photoshop. Se lei è così, così resterà. Se poi vorrà toglierselo lei &#8230; potrà farlo, naturalmente.</p>
<p><em>Fai anche bianco e nero?</em></p>
<p>Mi piace molto, il bianco e nero. Solo che &#8230; il bianco e nero &#8230; ecco, se tu dovessi farlo in maniera tradizionale, sviluppo, camera oscura, acidi &#8230; allora sarebbe veramente un bianco e nero. Il bianco e nero Photoshop o Lightroom &#8230; eh, beh. Tante volte m&#8217;innervosisco perché faccio un&#8217;immagine in bianco e nero convertendola in Photoshop dal RAW a colori; guardo, guardo, guardo &#8230; e cancello. Non è bianco e nero. Pochissime, pochissime volte sei in grado di far emergere quei contrasti che la pellicola e lo sviluppo chimico in bianco e nero ti davano. E, comunque, anche in quel caso, quello che hai ottenuto in Photoshop è un&#8217;emulazione del bianco e nero. Quindi il bianco è nero è bello secondo me solo se lo fai ancora in camera oscura.</p>
<p><em>E sperimenti anche con i colori, quando sviluppi via software?</em></p>
<p>No, normalmente no. Se devo preparare una foto pubblicitaria per un manifesto o un volantino, allora posso sentirmi libero di creare e proporre qualsiasi cosa o di seguire le richieste dei clienti. Se invece è una foto fatta per me, o per una ragazza, no, non tocco i colori. Qualche volta propongo loro alte luci, un tipo d&#8217;effetto, le solite cose, Qualche volta ho sbagliato e sparato troppo flash e allora non la posso recuperare in nessun altro modo &#8211; perché sappiamo benissimo che è così, anche fra di noi &#8211; sulle alte luci il fatto molto spesso non è un qualcosa di &#8216;costruito&#8217; ma di &#8216;capitato&#8217;. E per salvare anche quella, magari perché ha una bella posa, la propongo alterata &#8230; &#8216;E&#8217; stata fatta apposta in alte luci!&#8217; &#8230; niente affatto, mi sono scordato io di chiudere il diaframma. Ma è così, nel nostro mondo &#8211; siamo sinceri.</p>
<p>Ecco, in un solo caso vado oltre e lavoro sui colori, anche modificandoli in modo rilevante. Qualche volta mi piace lavorare con il Make-Up digitale. Truccarle. Questo lo faccio però per me, perché mi piace sperimentare e potere poi mostrare alla Make-Up Artist, che dovrà ricreare il trucco sul soggetto, quello che vorrei per il servizio che intendo realizzare. Lavoro anche in 3D, con software come &#8216;Poser&#8217; &#8211; con modelle virtuali, quindi. Creo un&#8217;idea, lavoro in 3D su quell&#8217;idea, provo le luci là, in una scatola artificiale che è solo software. Poi ripeto nello studio fotografico quello che ho simulato, quella stessa situazione che ho immaginato al computer. Soprattutto per la pubblicità. Simulare con il software ti consente anche un grosso risparmio sui costi: le modelle, il tempo.</p>
<p><em>Ma è una simulazione realistica?</em></p>
<p>Allo stato attuale ti direi che simula la realtà all&#8217;ottanta per cento, in particolare le luci, le angolazioni e i riflessi. Non è poco. Fatta la simulazione puoi aspettarti di arrivare in studio e avere già una buona base sulla quale lavorare con le modelle.</p>
<p>Anche perché con le modelle, una volta studiate le luci e il set, una volta decisi gli abiti, non mi piace costruire: le lascio libere. &#8216;Fate quello che volete; partiamo&#8217;. Poi, mentre stiamo scattando, mi vengono in mente pose e movimenti da fare, ma non seguo uno schema fisso. Mi piace molto anche ascoltare le idee delle modelle, provare. Sai, se tu ti prepari tutto nei particolari e pretendi poi di essere in grado di controllare ogni minimo dettaglio &#8230; e se poi arrivi, inizi a scattare, e ti rendi conto che la tua modella non risponde, non si trova a suo agio con quello che avevi in mente? Puoi aver deciso tutto e scelto la tua modella in anticipo dopo aver visto mille sue foto, ma se quando inizi a scattare scopri che le cose non vanno bene &#8230; basta. Hai perso la giornata di lavoro. Adesso, poi, su &#8216;Facebook&#8217;, tutte sono modelle.</p>
<p><em>Pensi sia una cosa negativa?</em></p>
<p>No. Ma dico sempre a tutte: &#8216;ragazze, prendete tutto questo come un divertimento&#8217;. Per diventare una modella professionista, preparata, ci vogliono molto impegno, e molti sacrifici. Roma, Milano se resti in Italia, o capitali europee. Rischi, anoressia. Non &#8216;Facebook&#8217;; niente semplicità, in quel mondo.</p>
<p>Ecco, i concorsi fotografici che organizzo servono magari anche a questo, perché attraverso di loro dai un&#8217;opportunità a una ragazza che voglia farlo di presentarsi. E, cosa non da poco, di capire un attimo che cosa fare la modella voglia dire. Quando si ritrovano di fronte a cento fotografi e ne sono terrorizzate, cosa che capisco assolutamente &#8230; già da quello vedi se ci sei portata o no. Con il concorso fotografico puoi iniziare a capire. Attraverso il concorso puoi anche divertirti e scattare qualche foto bella, che poi ti rimane per ricordo &#8211; per fare la modella devi avere per forza certe caratteristiche, devi essere alta, non è detto che ti sia possibile &#8230; le agenzie non ti chiamano. Vai, fai lo scatto, ti metti in lista, ma il tuo nome resta nel cassetto. Se fai il concorso, qualche foto bella rimarrà, almeno per te. E potrai conoscere altri fotografi, farti notare e avere un&#8217;occasione magari in un campo artistico, se non da modella di sfilata, come fotomodella. Considerandolo sempre come un divertimento. Modella per un giorno.</p>
<p><em>Ti sei mai fatto fotografare?</em></p>
<p>Mai! Mi fotografano di nascosto, ai concorsi. Mi ritrovo su &#8216;Facebook&#8217;, appunto. Ma non ho mai pensato di farmi fotografare, di mettermi in posa. Mi piace stare dall&#8217;altra parte.</p>
<p><em>Come ti vedi, tu, Claudio? Chi sei, in questo mondo d&#8217;immagini?</em></p>
<p>Sono una piccolissima parte di quel mondo. Una persona qualsiasi; normale. Non mi paragono a nessun grande fotografo, e non ho la pretesa di essere avvicinato a loro. So che ho la mia personalità e il mio modo di fotografare; so che mi piace curare molto il mio lavoro. Saranno gli altri a dire il resto; se vogliono.</p>
<address>Roberto Srelz</address>
<p>&nbsp;</p>
<p>~</p>
<p><em>L’idea di Claudio Micali di organizzare giornate di &#8216;Model Sharing&#8217; nasce dalla sua collaborazione, già dal 2005, sia con associazioni No Profit che con attività commerciali nel realizzare concorsi fotografici &#8216;Live&#8217;. Con l’idea di mettere a confronto il &#8216;colpo d’occhio&#8217; (la tecnica e la bravura di ogni fotografo, sia esso professionista che fotoamatore) con delle situazioni nelle quali per tutti l’ambiente di scatto, le modelle, i soggetti e quant’altro siano gli stessi, in modo da potersi confrontare ad armi pari. </em></p>
<p><em>Non è stata, e non lo è tuttora, un’impresa facile. I concorsi sono sempre gratuiti per i fotografi oppure, in alcune occasioni, il costo d’iscrizione è giustificato dal fatto che l’intero incasso viene devoluto ad enti e associazioni no profit come ad esempio &#8216;Azzurra&#8217; Associazione Malattie Rare O.N.L.U.S. , o AISLA Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica O.N.L.U.S.</em></p>
<p><em>Tutti i costi di organizzazione sono ammortizzati da sponsor e partner che credono in questo progetto di Claudio e che lo sostengono da molto tempo. Dalla prima edizione del 2005 ad oggi, i concorsi fotografici &#8216;Live&#8217; da lui organizzati hanno visto crescere in modo esponenziale l’interesse, riscontrato sia nel numero dei partecipanti (arrivati a circa duecento presenze a concorso nelle ultime edizioni) provenienti da tutta Italia e da Slovenia, Croazia ed Austria, sia da parte degli sponsor e partner, tra i quali troviamo marchi di rilievo come Nikon e Sportler, che dalla stampa anche regionale. </em></p>
<p><em>Per mantenere vivo questo interesse di anno in anno sono state sviluppate tematiche sempre diverse che potessero interessare una sempre più ampia fascia di fotografi e fotoamatori e sono nate così le prime collaborazioni con associazioni culturali e realizzati ad esempio: “Andar per l‟Età di Mezzo” (2008 e 2010) con circa sessanta figuranti in abiti medioevali ed il Castello di San Giusto come location della 2a Edizione, “Miss &amp; URSUS” (2009) sullo storico pontone “URSUS” simbolo della città di Trieste e del suo legame con il mare, “Miss’Sissi” (2009) nella splendida cornice del parco del Castello di Miramare, “Old Cars &amp; Fashion” (2010) che ha visto per una giornata una carrozzeria trasformarsi in un set fotografico con macchine d&#8217;epoca e modelle, “LOCOMOTION &#8230; la bellezza corre sui binari” (2010) che ha avuto come location l’interno del Museo Ferroviario di Trieste trasformato in set fotografico con la presenza di comparse in abiti fine ‘800, “PIRATI” (2010) dove i fotoamatori (circa 200) hanno potuto fotografare il sosia di Jack Sparrow e tre splendide modelle in abiti da corsara, “Salviamo l’URSUS” (2011) dove le modelle si sono improvvisate operaie al lavoro sullo storico pontone, “WILD” (2011) con modelle trasformate dal bodypainting e “Fashion &amp; Colors” (2011) dove splendide modelle hanno posato, indossando abiti dipinti per l’occasione dall’artista Gabriella Machne, al fianco di quadri proposti in una collettiva che ha visto 24 artisti esporre le proprie opere sul pontone “URSUS”. Il 2012 è iniziato con “GAME &amp; FASHION”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fotoamatore o Fotografo? Stefano Flego</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 11:08:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Schillaci</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Flego]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Francesca Schillaci] Intervista a Stefano Flego, fotoamatore di Trieste. Fotoamatore, ma non fotografo. Perché preferisci definirti uno piuttosto che l’altro? Credo che per me la differenza sia soltanto che essere fotoamatori ha un significato in senso amatoriale: chi ama &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/fotoamatore-o-fotografo-stefano-flego">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[di Francesca Schillaci]</em> Intervista a Stefano Flego, fotoamatore di Trieste.</p>
<p><em>Fotoamatore, ma non fotografo. Perché preferisci definirti uno piuttosto che l’altro?</em></p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/IMG_0165-copia.jpg"><img class="size-medium wp-image-1030 alignleft" title="IMG_0165-copia" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/IMG_0165-copia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Credo che per me la differenza sia soltanto che essere fotoamatori ha un significato in senso amatoriale: chi ama la fotografia non per forza ci deve guadagnare, mentre un fotografo è colui il quale scatta la foto e ci guadagna dei soldi. Ovviamente chi è fotografo di professione sicuramente sarà stato anche prima fotoamatore, anche se non è sempre così scontato.</p>
<p><em>Quindi tu, dalla tua fotografia non ci guadagni niente?</em></p>
<p>Esatto. Non m’interessa farlo. Mi sono stati proposti anche dei lavori su commissione, ma non mi piacciono. Non ho un interesse lavorativo. Un lavoro ce l’ho già, sono impiegato contabile e la fotografia mi aiuta a sforare proprio dalla routine lavorativa. Quindi no, non ci guadagno e non ci voglio guadagnare.</p>
<p><em>Tra i fotoamatori c’è concorrenza secondo te? O meglio, tu come la vivi?</em></p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Primavera_2012_001.jpg"><img class="size-medium wp-image-1031 alignleft" title="Primavera_2012_001" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Primavera_2012_001-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a>Da quello che ho visto io la concorrenza c’è anche tra i fotografi. C’è ovunque, soprattutto sui blog di discussione, dove ogni scusa è buona per fare una critica o sulla tecnica, o sul colore, o sulla sfumatura di una fotografia, piuttosto che sostenere e apprezzare qualcosa di diverso o che possa dare nuovi spunti. Certo, se una foto è realmente fatta male, non c’è molto da fare, si nota e basta. Ma spesso tutta questa rincorsa alla critica demolisce invece che sostenere. Io vedo la fotografia in modo artistico. E cerco di imparare dagli altri, ma non ti nego che spesso mi è capitato di sentirmi incapace di fronte a critiche pesanti.</p>
<p><em>E come hai reagito?</em></p>
<p>Ho continuato a fotografare. (ride)</p>
<p><em>Come è nata la tua passione per la fotografia e da quanto tempo ne fai parte?</em></p>
<p>Penso che la passione sia cominciata con mio nonno, quando fotografava. Così anche l’interesse per la tecnologia. Lui ci dedicava tempo a queste cose e io lo stavo ad osservare. Così poi ho iniziato anch’io a voler provare, ma il primo vero inizio è stato tra il 2005. Nel 2009 ho iniziato a mettermi in gioco pubblicamente e nel 2010 ho preso seriamente in considerazione la ritrattistica conoscendo qualche fotoamatore che lo faceva.</p>
<p><em>E con cosa hai iniziato, con quali soggetti?</em></p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Fanny-22.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1032" title="Fanny-22" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Fanny-22-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Ho iniziato con il paesaggio e poi sono passato alla ritrattistica. Chi si prestava a posare erano amici o amiche, poi anche altre ragazze hanno iniziato a chiedermi di fotografarle, di solito modelle. Ho sempre cercato di evitare la fotografia commerciale, incentrandomi piuttosto sul soggetto. Ecco anche perché mi considero fotoamatore.</p>
<p><em>Preferisci il bianco e nero o il colore?</em></p>
<p>Colore! Assolutamente colore! È importantissimo, dà vivacità alla fotografia, soprattutto per i paesaggi. Il bianco e nero mi piace usarlo se voglio trasmettere un senso di drammaticità. Un senso di passato, di malinconico. Il colore invece richiama di più il presente, per me.</p>
<p><em>Prima mi hai parlato di ritratti a modelle. Che tipo di rapporto si instaura, secondo te, tra modella e fotografo e viceversa?</em></p>
<p>Mmm… difficile rispondere. In generale spesso il rapporto è palese che viene frainteso, più da parte del fotografo che non rispetta la professionalità richiesta e il lavoro della modella. Nel mio caso, invece, posso dirti tranquillamente che ho sempre avuto la possibilità di lavorare con serenità, cercando di sciogliere tensioni iniziali che ci potevano essere, dati da pregiudizi generali appunto, oppure per pura timidezza della ragazza. Spesso molte di loro non avevano mai posato, quindi era tutto nuovo. Credo stia al fotografo cercare di trasmettere e di creare un’atmosfera serena, professionale e simpatica. La fotografia è un’arte, non uno scopo per ottenere tornaconti squallidi.</p>
<p><em>Quando fotografi una modella per dei ritratti, su che cosa ti soffermi maggiormente?</em></p>
<p>Dipende. Normalmente cerco di cogliere e valorizzare le parti belle della ragazza, cercando di metterle in luce. Per esempio se una modella ha un bel viso piuttosto che un bel corpo, cerco di cogliere i dettagli di quella bellezza e risaltarli. Quello che conta in assoluta per me è l’espressività. Per quanto riguarda la scelta delle modelle in sé, di solito preferisco ragazze semplici, carine e non le classiche bellissime da copertina. Pura semplicità.</p>
<p><em>Hai già allestito mostre da quando hai iniziato ad appassionarti alla fotografia?</em></p>
<p>Si, ho iniziato l’anno scorso, nel 2011, con la prima mostra è stata all’interno della collettiva <em>Le vie delle Foto, </em>e prendeva il titolo di<em> </em>“Panta rei, mentre tutto scorre”<em> </em>che si basava su sei immagini principali e lo scorrere del tempo. Infatti colgo l’occasione per ringraziare di cuore l’organizzatrice Linda Simeone. Poi quest’anno ho allestito una mostra visibile fino al 6 maggio presso il Casanova Caffè, assieme a due cari amici fotoamatori Pasqualino Brodella e Freddy Anselmo. La tematica principale si basava sulla ritrattistica, usando come modello la figura del casanova con tre fanciulle, di cui due lavorano proprio nel caffè. E per il momento nient’altro. Curo costantemente il mio sito, caricando fotografie che faccio tutte le volte che ne ho la possibilità, magari in attesa proprio di un’intervista che è arrivata! (ride).</p>
<p><em>Quale sarebbe il consiglio che daresti a tutti i fotoamatori emergenti?</em></p>
<p>Il mio consiglio spassionato è quello di ricordarsi sempre che in fotografia non si smette mai di imparare, e la frase per me più sentita che tengo sempre a mente è &#8220;la fotografia è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore&#8221; di Bresson, grande modello di riferimento per me nella mia fotografia e anche nella mia vita.</p>
<address>di Francesca Schillaci</address>
<address> </address>
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		<title>Vicini e lontani attraverso un&#8217;esperienza estetica</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 13:52:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Schillaci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di Francesca Schillaci] Vicini e lontani, un progetto, un happening, una festa o un evento. Libertà di scelta fra le opzioni, ma soprattutto possibilità di condividere attraverso un’esperienza estetica, la più totale comunicazione tra individui e conoscenti, passanti e amici, &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/vicini-e-lontani-attraverso-unesperienza-estetica">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_0167.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1010" title="Cosimo_Barletta__MG_0167" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_0167-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>[di Francesca Schillaci]</em><strong> Vicini e lontani</strong>, un progetto, un happening, una festa o un evento. Libertà di scelta fra le opzioni, ma soprattutto possibilità di condividere attraverso un’esperienza estetica, la più totale comunicazione tra individui e conoscenti, passanti e amici, giovani e vecchi, adulti e bambini. Il fulcro di questa unione tra ospiti è stata senza dubbio l’arte nel suo messaggio relazionale e non più intellettuale.</p>
<p><strong>Chiara Gelmini</strong>, l’organizzatrice di tutto l’evento, ha scelto volontariamente qualcosa che fosse accessibile a tutti, attraverso un impianto di eleganza e purezza, per riuscire in qualche modo a trasmettere la volontà genuina di ridestare una comunione, risvegliando la memoria di un luogo addormentato dal tempo lontano, ma allo stesso tempo vicino:</p>
<p>“<em>Nel 1906 l’architetto <strong>Max Fabiani</strong>, grande esponente dell’architettura nell’impero asburgico, vedeva ultimata la costruzione di <strong>Casa de Stabile</strong> a Trieste in via Belpoggio 1. Tra le sue importanti realizzazioni a Vienna, Ljubljana, Trieste, Casa de Stabile rimaneva il progetto a cui era più affettivamente legato. Anche grazie all’amicizia che lo legava alla famiglia de Stabile, ha continuato per tutta la sua vita a frequentare <strong>l’edificio impregnato dello spirito cosmopolita e intellettuale tipico della Trieste dei primi del ‘900</strong>, in cui amava partecipare alle conversazioni, godendo della <span style="text-decoration: underline;">Gem</span></em><a href="http://it.dicios.com/deit/gemuht" target="_blank"><em>ü</em></a><em><span style="text-decoration: underline;">tlichkeit </span></em><em>che vi si respirava, ovvero cordialità e socievolezza, accogliente e confortevole.</em></p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_9982.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1011" title="Cosimo_Barletta__MG_9982" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_9982-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Il progetto originale prevedeva <span style="text-decoration: underline;">Dienstzimmern</span> (stanze per la servitù), piano nobile e piano per la servitù, stufe in majolica un tempo in ogni stanza, riflettendo il carattere borghese del destinatario del progetto. La struttura, originale (con la sua torretta rotonda, e il colore caldo scelto per  la facciata), la cura e la qualità dei materiali, marmo, cristallo, vetri in origine piombati e colorati con motivi originali tedeschi, le piastrelle cecoslovacche, il parquet in rovere, hanno reso l’edificio durevole e insieme una ricchezza per Trieste, tutta da scoprire.</em></p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_9983.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1012" title="Cosimo_Barletta__MG_9983" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_9983-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>L’architetto Ernesto Van der Ham, che ha conosciuto da vicino Fabiani riporta aneddoti sulla sua eclettica, forte personalità  e sottolinea che egli “amava venire a vedere vivere e veder vissuta” Casa de Stabile. </em> <em>Proprio questa è stata l’urgenza, la spinta che ha fatto nascere (vicini/lontani), insieme alla necessità di condividere un simile gioiello e soprattutto a quella di ripensare alle relazioni partendo dal piccolo…e perché non dalla casa, emanazione della più profonda intimità? Perché non partire dal “padrone di casa” che apre il suo spazio all’”ospite”? Il sogno è quello di ri-destare Casa de Stabile, aprendola a vicini di casa, amici, conoscenti, passanti curiosi, donando loro una piccola esibizione artistica e una festa. Aprendo una possibilità di incontro e relazione in uno spazio meraviglioso e pregno di vite vissute attraverso la dimensione artistica che esce dalla quotidianità e riveste un luogo che per un giorno si trasforma, diventando qualcos’altro, trasformando al tempo stesso lo “spettatore” in “ospite”.</em></p>
<p><span id="more-1006"></span></p>
<p>Chiara annuncia con questa semplicità l’essenza di tutto il progetto. L’ha scritto su dei foglietti bianche tagliati a mano e messi di fronte all’entrata dello stabile, offrendo la scelta se raccoglierli o no, se leggerli o meno. Libertà di scelta. Fare o non fare, oppure entrambi nella stessa dimensione. Guardare e osservare, vedere e non vedere, ascoltare e sentire, capire e non capire.</p>
<p>Arrivando all’entrata di via Belpoggio 1, si riusciva a percepire immediatamente l’alone di mistero con odore di passato che ci accoglieva dall’entrata: melodie musicali di un contrabbasso e una chitarra creavano uno sfondo mistico che richiamava ad una sorta di rituale, nel momento in cui una maschera ci aspettava sulla porta di Casa de Stabile, facendoci entrare in fila.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_9995.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1013" title="Cosimo_Barletta__MG_9995" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_9995-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Inquietante e allo stesso tempo intrigante. Il mistero ha permesso ai presenti di aspettare il momento per parlare; era necessario prima di tutto sentire, pensare. Aspettare. Quell’attesa, che si è protratta per tutta la “visita”, ha portato rispetto per i silenzi, per le attese dentro altre attese, per un passato che profumava di antico, di vivo, palpabile, poiché testimoniato e vissuto dalla stessa Chiara che ne aveva riprodotto le visioni di tutti questi anni passati, attraverso la suddivisione del <em>suo messaggio</em> nelle quattro stanze principali di Casa de Stabile: entrando, la prima stanza accoglieva le opere di <strong>Paolo Cervi Kervischer</strong>, grande artista triestino, il quale ha presentato i suoi tappeti con delle ombre di persone disegnate a bomboletta spray. Il richiamo dell’umano e della necessità di umanità senza riuscire però a toccarla. Ombre distese, messaggi in lingua greca e altre ombre ancora. Ombre umane, disincantate, estraniate dal mondo circostante per rimanere felicemente incastrate dentro un attimo nell’infinito. Un’ombra, un momento, una percezione. Umani presenti ed esistenti nella loro carnalità osservavano e calpestavano scalzi le ombre di altri umani, esisti e/o esistenti ancora, trovando il contatto sublime tra reale e verosimile, senza ricercare forzatamente il senso logico e razionale della realtà quotidiana.</p>
<p>A seguire questo impatto piacevolmente destabilizzante e necessario, <strong>Cristina Battistin</strong> esponeva nella stanza affianco le sue opere della mostra “<em>Labor-Intus</em>” da poco terminata presso la sala comunale di Piazza Unità: la scelta d’esposizione fatta dalla giovane artista e insegnate, è stata quella di prediligere ancora una volta l’aspetto umano attraverso la disposizione a terra dei suoi ritratti: i volti, l’espressione di pennellate fuggiasche che incatenavano sguardi apparentemente simili, ma in realtà opposti l’uno dall’altro. Uno scontro dell’umano che ancora una volta diventava il quesito principale di chi riusciva, lentamente, a entrare in contatto con il messaggio di tutto il progetto. Questa volta, però, insieme ai volti, all’umanità circostante racchiusa dentro quei dipinti, Cristina Battistin ha scelto di accostare anche alcuni quadri della città, Trieste, mettendo così in diretto contatto l’uomo e il suo ambiente circostante. Il mistero e il susseguirsi della meraviglia di chi osservava, continuava nel costante contatto che si creava tra ospite, oggetto visibile (le opere) e soggetto intoccabile, ma percepibile (le essenze). Il paradosso diventava sempre di più la guida portante e insieme fuorviante di noi osservatori. Vedere e non vedere, toccare e non toccare. Sentire ma non riuscire a scorgere. Umano e sovraumano.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_0083.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1014" title="Cosimo_Barletta__MG_0083" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_0083-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>In un certo modo, tutto questo si concretizzava poi nella terza stanza, quella di <strong>Chiara Gelmini</strong>, in cui la scelta di presentare e presentarsi ai suoi ospiti è stata quella di offrire i suoi personali oggetti, quelli a lei più cari, come il suo comodino con i suoi libri e la sua lampada, dei cuscini a terra che regalavano da subito un profondo senso di accoglienza e di uguaglianza, mentre da uno schermo veniva proiettato sulla parete di fronte un video in accostamento ad una poesia, scritta da Chiara qualche anno prima. Il tutto si riferiva ai suoi ricordi di bambina, quando con sua nonna contava l’intermittenza della luce che arrivava dal faro, là di fronte, fino a quella finestra, su cui Chiara aveva attaccato un foglio lunghissimo con dei segni bianchi e neri, a intervalli pensati e precisi, gli stessi che rappresentavano il conteggio del faro insieme a sua nonna, in un’attesa di buio e poi luce, di luce e poi di nuovo buio.</p>
<p>Chiara aveva fatto un sogno, che ha lasciato scritto su un altro foglietto attaccato alla finestra da cui si scorgeva il faro e i suoi giochi di luce, in cui dichiarava ai suoi ospiti l’intimità del suo sogno fatto da bambina, che riguardava quella casa. Lei non l’aveva mai vista prima, eppure le apparse in sogno. Il video da lei creato racchiudeva un po’ tutta una serie di visioni, di segnali, di simboli e trasmissioni avvenute in questi venticinque anni, da quando la stessa Chiara è nata e vissuta al terzo piano di via Belpoggio 1, sopra a Casa de Stabile.</p>
<p>E tutto è diventato realtà.</p>
<p>Tutte le visioni di Chiara, le sue sensazioni, i ricordi, i simboli, la ricerca di un senso dentro tutto quel che accadeva in quella casa, tutto si è concretizzato in quattro stanze. E vi posso garantire che il messaggio è arrivato. Perfettamente.</p>
<p>A concludere, ma volendo anche a iniziare il “viaggio”, è stata la quarta stanza, con la musica di <strong>Tiziano Bolo</strong>, il quale ha proposto una performance nella quale &#8220;suonava&#8221; con una torcia elettrica uno schermo. Lo schermo rimaneva &#8220;impressionato&#8221; dalle scie luminose e un software (programmato da Tiziano) in base agli input luminosi che riceveva nella stanza buia, restituiva dei suoni. Il tutto è rimasto a disposizione del pubblico che poteva &#8220;giocare&#8221; con lo schermo e la torcia.</p>
<p>Tiziano, inoltre, ha proiettato poi un suo video con musica composta da lui dal nome &#8220;<em>Lontano giace il mondo</em>&#8221; tratto da un verso di Novalis: si trattava di figure sfocate e frammentate riconducibili, a volte, a dei volti umani emergenti dall’oscurità. E in un certo senso, il messaggio con questo ha raggiunto il completamento. Musica, creazione di immagini, testo e ancora una volta, l’umanità. Visibile me non toccabile, percepibile grazie al dono della musica come guida alla comprensione, ma non palpabile.</p>
<p>Ma qual era, quindi, tutto questo messaggio?</p>
<p>Paradossi, arte, contatti, domande, passati, presenti, ospiti uguali a stranieri e stranieri uguali ad ospiti. Che cosa c’era dentro tutto questo garbuglio di vita?</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_0063.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1015" title="Cosimo_Barletta__MG_0063" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/05/Cosimo_Barletta__MG_0063-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>La volontà di fare comunicare le persone attraverso un’esperienza estetica, sfruttando l’arte come filo conduttore tra i singoli individui in una libera e completa interpretazione del tutto, attraverso lo scambio e la condivisione di quello che è o dovrebbe essere la “cosa pubblica”, l’insieme di umani in una società fatta di microcosmi che, come testimoniato, possono entrare in contatto tra di loro.</p>
<p>Tutto questo grazie all’arte, dunque, un’arte non più intellettuale, bensì <em>relazionale</em>, in grado di creare legami, relazioni, sguardi e comunicazione. E questo vuol dire, anche, scavare i significati di quello che ci circonda, di ciò che ci permette di relazionarci attraverso dei linguaggi, che possono andare dalle parole &#8211; come ospite, derivante da Hóstis, straniero e anche padrone che accoglie – ai gesti – come l’arte, l’estetica, la politica intesa come “insieme di persone” che possono, devono, creare qualcosa. Insieme.</p>
<p>Entrare in contatto e condividere. Come? Imparando a fermarsi, a soffermarsi, ad ascoltare. Aspettare. Che cosa? I tempi, gli spazi, i pensieri. I silenzi. I segreti. Senza pretendere di controllarli.</p>
<p>È l’unica cosa che ci resta da fare.</p>
<p><em>VICINI E LONTANI attraverso UN’ESPERIENZA ESTETICA</em></p>
<p><em>Domenica 15 aprile 2012 presso l’edificio privato <strong>Casa de Stabile</strong> in via Belpoggio 1, una memoria e un’eco di intimo e passato si è risvegliato tra le stanze e le porte di una casa che ha accolto, materna, opere artistiche e persone “straniere” al luogo, accogliendole con ospitalità e una punta di mistero.</em></p>
<address>Francesca Schillaci</address>
<address><em>Fotografie: Cosimo Barletta  <strong><a href="http://www.cosfoto.com/" target="_blank">www.cosfoto.com</a></strong></em></address>
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		<title>Respiriamo il cielo di primavera. E fotografiamolo</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 10:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Srelz</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[professionismo]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
		<category><![CDATA[Roberta Radini]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Roberta Radini] Parliamo dell’aria, quella frizzante della primavera, e per farlo non dobbiamo che alzare la testa all’insù e scrutare il cielo. Fotografare il cielo può sembrare una cosa semplice, in realtà si tratta di un argomento tutt’altro che &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/respiriamo-il-cielo-di-primavera-e-fotografiamolo">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_01.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-990" title="rad_cielo_01" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_01-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><em>[di Roberta Radini]</em> Parliamo dell’aria, quella frizzante della primavera, e per farlo non dobbiamo che alzare la testa all’insù e scrutare il cielo. Fotografare il cielo può sembrare una cosa semplice, in realtà si tratta di un argomento tutt’altro che banale, e basta fare qualche semplice prova per rendersene conto.</p>
<p>Questa stagione, che ci invoglia a stare all’aria aperta e a godere dei primi tepori, ci presenta tutta una serie di opportunità climatiche da ritrarre in maniera semplice ed originale al tempo stesso. Il cielo sarà terso, disegnato da buffe forme nuvolose, oppure cupo in attesa di un temporale: non ci resta quindi che scegliere la situazione che preferiamo e rimboccarsi le maniche.</p>
<p>Ma innanzitutto&#8230; quali sono le migliori ore per fotografare? La maggior parte delle persone a cui farete questa domanda probabilmente vi risponderà che un pomeriggio di sole col cielo blu e per giunta senza nuvole è l’ideale per togliere la polvere dalla macchina fotografica e uscire a scattare fotografie.<br />
Se invece siete fotografi probabilmente non sarete molto d’accordo con loro: i fotografi infatti preferiscono di gran lunga scattare all’alba o al tramonto, perché la luce in quelle ore è magica, calda e diffusa.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_02.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-991" title="rad_cielo_02" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_02-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>La seconda importante domanda è poi con quale tempo meteorologico sia meglio fotografare per non ritrovarsi troppo presto annoiati dalle foto con i cieli azzurri senza nuvole.<br />
Personalmente posso dire che, nonostante il mio archivio contenga moltissime foto scattate  in giornate soleggiate, le immagini trovate sotto la pioggia, in mezzo alla neve o comunque con il brutto tempo sono foto ad altissima resa per la carica di emozioni che riescono a trasmettere.</p>
<p>Molte persone utilizzano la macchina fotografica solo in vacanza, e per di più nella stagione estiva,  ma il mio consiglio spassionato è di cambiare questa pigra abitudine: non abbiate paura di bagnare la vostra macchina fotografica con qualche goccia di pioggia e uscite a scattare anche sotto l’ombrello!</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_04.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-993" title="rad_cielo_04" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_04-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>E ora viene il bello. Questa volta infatti non utilizzeremo il cielo soltanto come anonima cornice ai nostri ritratti o come vernice azzurra per i nostri scatti panoramici. Al contrario: è quindi questo il momento migliore per ricordarci che certi tipi di fotografie vanno “pensati” prima di essere scattati. La  prima regola diventa ora osservare. Usiamo il cielo per riempire le nostre inquadrature, rendendolo protagonista. Osserviamo le nuvole come fanno i bambini distesi su un prato e immaginiamoci il modo per raccontare una storia attraverso un click, concentriamoci sui piccoli dettagli, cerchiamo curiosi contrasti per dare forza alle nostre creazioni. Magari anche un semplice lampione non sarà lo stesso se dietro di esso si espande una fitta texture di “pecorelle”, o la pioggia che riga un vetro o una panchina acquisterà una forza straordinaria con lo sfondo cupo del maltempo.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_031.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-994" title="rad_cielo_03" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/rad_cielo_031-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Il cielo inoltre è spesso scenario di tramonti mozzafiato, con l’atmosfera magica del sole che sfugge sotto l’orizzonte, ma anche in questo caso, cercate di uscire dalla banalità: non è sempre necessario includere il sole in una foto di tramonto. L’idea di tramonto, ad esempio, passa anche attraverso la particolare colorazione delle nuvole, quasi infuocate dalla luce del sole che sta per sparire. Potete cercare delle silhouette geometriche e molto nitide per creare composizioni astratte e dai toni caldi,  oppure lasciatevi guidare dalle semplici forme dei rami che si stagliano contro un cielo striato, dai colori talmente contrastati da sembrare talvolta inverosimili. Perché non tutto quello che è spettacolare deve essere per forza artefatto o creato al computer!</p>
<p>E quando il tempo a disposizione sembra finire, ricordatevi che il cielo vive anche di notte. La luna riuscirà a rendere suggestivi anche i paesaggi più quotidiani, basterà sfruttare le sue rotondità o l’effetto della sua luce diafana. Un cavalletto e dei tempi di scatto molto lunghi vi permetteranno di immortalare invece un gioco di stelle mozzafiato, specie se vi trovate in montagna o in zone lontane dal centro città.</p>
<p>Il consiglio finale perciò quello di affidarsi il più possibile alla propria creatività e fare della sperimentazione il vero punto di partenza per ottenere immagini uniche e personali: non abbiate mai paura di provare, e ne sarete ampiamente ricompensati.</p>
<address>Roberta Radini</address>
<address>(immagini di Roberta Radini)</address>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 20:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Srelz</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[gola]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Cristina Pisani] Il peccato di gola. Un dolce piacere a cui è difficile resistere soprattutto in una società come la nostra dove possiamo permetterci di cedere a infinite tentazioni. Il cibo non è più solo nutrimento per sopravvivere ma un &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/gola-e-pubblicita">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[di Cristina Pisani]</em> Il peccato di gola.</p>
<p>Un dolce piacere a cui è difficile resistere soprattutto in una società come la nostra dove possiamo permetterci di cedere a infinite tentazioni. Il cibo non è più solo nutrimento per sopravvivere ma un elemento che ci fornisce piacere. Si mangia per golosità, per solitudine, per riempire qualche vuoto interiore, si mangia per il gusto, per provare esperienze; le tentazioni davvero non mancano, soprattutto da parte dei mass media che ci presentano un&#8217;infinità di prodotti golosi che compriamo per soddisfare il nostro palato. Prima di spendere altre parole vi invito a guardare questa immagine.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/golaepubblicita_a.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-981" title="golaepubblicita_a" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/golaepubblicita_a-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>Ci sembra di guardare un quadro; dopo, vediamo che è tutto fatto di salumi:  il mondo perfetto per i golosi di affettati, un sogno proibito per chi non sa lasciare nel piatto neanche una fetta di salame, per chi, anche se non ha affatto fame, non riesce a fermarsi nell&#8217;arrotolare fette su fette di prosciutto crudo su fragranti grissini. Finchè ce ne sono in tavola, magari con sguardi furtivi, si puntano le fette prescelte, con lieve preoccupazione si scrutano i compagni di merenda se sono  più abili e svelti di noi. Gli affettati sembrano sempre pochi, tra un sorso di vino e una chiacchierata spariscono in un batter d’occhio &#8211; anche se, di parole, se ne sentono ben poche non appena si presenta sulla tavola il vassoio dei salumi. Come per magia la voce lascia il posto allo sguardo, il gesticolare che solitamente accompagna le nostre chiacchiere si trasforma in intraprendenza nell’allestirsi bocconi golosi da assaporare ad occhi chiusi, isolandosi per un attimo dal mondo.</p>
<p>Ecco qua &#8211; Negroni entra nei nostri sogni, con un tocco pittorico e sublime ci presenta un soave paesaggio collinare, un mondo bucolico che ci riporta al passato, alla genuinità di un tempo quando i salumi venivano fatti in casa, senza conservanti, senza coloranti. In un colpo solo con questa immagine siamo bombaradati di messaggi senza neanche accorgercene. Negroni, si sa, “vuol dire qualità”, e che qualità è migliore di quella che rispetta le tradizioni? Ed è proprio questo che sentiamo, la voglia di genuinità, di un fine settimana in collina, in qualche vecchia cascina, magari nei pressi di Cremona dove la Negroni è nata a inizio secolo. Ci porta ben lontani dalla mass-production che sta dietro i prodotti che troviamo nei nostri supermercati. Ci dice che i prodotti Negroni sono vicini alla tradizione di famiglia.</p>
<p>Vediamo inoltre una varietà infinita di affettati che con sapienza sono stati utilizzati ciascuno per dar forma a una figura diversa: la strada di salame dove i fitti puntini bianchi sembrano i sassolini di una via di campagna. Il prosciutto crudo avvolto sui grissini da&#8217; vita a degli eleganti cipressi; la mortadella in lontananza si stende come dei prati, mentre la pancetta è destinata a pasti di altra coltura. Il carro è costituito da grissini &#8211; le ruote, che devono essere forti e robuste, fatte con un bel salamino tagliato grosso. Il carico trasportato fuoriesce un po&#8217; dal carro, morbidamente, la pala appoggiata di lato ci lascia intendere un senso di calma, di riposo dal lavoro, il momento giusto per fare merenda. Anche la luce che arriva a illuminare il carro è calda: arriva bassa a riscaldare l’ambiente a dare un senso di familiarità a questo paesaggio astratto. Le nuvole nel cielo rincorrono l’orizzonte per sparire dietro la casa, dove il nostro sguardo è stato appena accompagnato.</p>
<p>Capiamo quindi che il marchio ha una ben nutrita gamma di prodotti: essendo un paesaggio, è infinito, per cui ne possiamo mangiare quanto ne vogliamo, e poi possiamo comprarne altro e altro ancora, possiamo mangiare in abbondanza, non finirà mai, il piatto non sarà mai vuoto, non arriveremo mai a quell&#8217;ultima fetta che mette in imbarazzo tutti. Qui di roba ce n’è, buona e tanta.</p>
<p>L’headline non potrebbe essere più azzeccato: “un mondo tagliato per te”, due interpretazioni: abbiamo un mondo fatto sia su misura per noi che imbandito, affettato per noi! I colori del marchio si intonano con il colore del brand bianco e rosso, logo posizionato in mezzo al cielo, una stella nel cielo, la stella di Negroni. Vi ricordate il <em>jingle</em> ?&#8230; <em>le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità!</em></p>
<p><span id="more-977"></span></p>
<p>#2: Magnum Temptation</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/golaepubblicita_b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-982" title="golaepubblicita_b" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/golaepubblicita_b-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>Nel 2004, Algida decide di rinnovare l’immagine del brand e di lanciare sul mercato la nuova famiglia di gelati Magnum. Sposa l’idea dei Sette Peccati Capitali e, a ciascun gusto, che fa uscire ad uno ad uno, associa un peccato capitale e una propria campagna pubblicitaria. L’idea funziona e nel 2008 continua sul filone della tentazione associando Eva Longoria a Magnum Temptation. Personaggio che si accosta benissimo al prodotto e al messaggio che lanciano: una donna sensuale, di nome Eva, che non sa resistere alle tentazioni.</p>
<p>L’immagine ci fa immergere nel mondo del cioccolato, lo sfondo sembra fatto di mattoni cioccolatosi, la pelle ambrata di lei ricorda i toni chiari del ripieno e della confezione. I capelli sono della stessa colorazione e il vestito di raso è di color marrone. La provocazione è giocata solo con lo sguardo di lei, con la bocca socchiusa e con una scollatura ampia ma non volgare. L’immagine si compone in tre campi: nella prima metà a sinistra è inserita la modella, nella parte superiore è inserito l’headline e in basso a sinistra l’immagine del prodotto, isolata dallo sfondo grazie a un bagliore aureo.</p>
<p>Il font dello slogan è lo stesso del brand pubblicizzato “Magnum”. Sfruttano due diverse dimensioni dei caratteri per evidenziare le parole chiave: “il mio nome è Eva” per cui si richiama all’identificazione del personaggio famoso, giocando sul doppio senso con “Eva” la prima donna del peccato originale, e “Tentazione” che è il nome del gelato. Il target del prodotto non sembra essere un &#8216;under 15&#8242; quanto un consumatore più adulto, raffinato, fashion victim: inseriscono infatti un dettaglio che poco c’entra con il gelato, la Longoria indossa un anello con un diamante di ragguardevoli dimensioni. L’atmosfera è calda e ben lontana dallo stereotipo di gelato/spiaggia/divertimento che ci suggerisce di consumare il prodotto in ogni mese dell’anno.</p>
<address>Cristina Pisani</address>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vedere e non vedere: Cristina Battistin</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 19:15:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Schillaci</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[colore]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Battistin]]></category>
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		<description><![CDATA[[di Francesca Schillaci] Vedere e non vedere. Percepire l’autenticità attraverso la guida di linee perfette e scandite, ma non trovare un arrivo. Distanze e vicinanze. Somiglianze e estraneità. La mostra Labor – Intus di Cristina Battistin, allestita e vista presso la &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/vedere-e-non-vedere-cristina-battistin-2">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[di Francesca Schillaci] Vedere e non vedere. Percepire l’autenticità attraverso la guida di linee perfette e scandite, ma non trovare un arrivo. Distanze e vicinanze. Somiglianze e estraneità.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_2010_bitume_ad_acqua_e_china.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-954" title="battistin_2010_bitume_ad_acqua_e_china" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_2010_bitume_ad_acqua_e_china-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a>La mostra Labor – Intus di Cristina Battistin, allestita e vista presso la sala comunale di Piazza Unità d’Italia, a Trieste, trasmetteva questi paradossi, perfettamente in coerenza tra loro dentro le tele delle pitture a china, a olio, collage e bitume.</p>
<p>Divisa essenzialmente in due parti, tra squarci del paesaggio di Trieste e nei ritratti, l’esposizione di Cristina ha messo in luce aspetti essenziali del vivere quotidiano, che contemporaneamente costringono l’osservatore a sprofondare dentro il senso ultraterreno di quegli scorci: Cristina ha scelto la prospettiva come tecnica principale per guidare l’idea e l’occhio verso il cuore del significato, ovvero l’interiorità. Da questo è nata la scelta del titolo Labor – Intus, derivante la latino “lavoro interiore”: per entrare in contatto con questi dipinti e con noi stessi nel momento dell’osservazione, è necessario un profondo e ricercato lavoro interiore, nel tentativo rischioso di scorgere lati oscuri che la nostra coscienza non concede alla ragione.</p>
<p>Cristina Battistin ricerca l’aldilà della realtà circostante. Eliminando l’inessenziale, ci regala attimi fulminei che neanche lei ha saputo intrappolare nella loro testimonianza nel presentarsi agli occhi, ma li disegna nella sensazione che hanno lasciato all’animo: il flusso, quello interno che scorre in ognuno di noi, che viene colpito da quello che l’occhio solo vede, ma il cuore, lo stomaco, il sangue sente, assorbe, metabolizza.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_motus_urbis_2011.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-955" title="battistin_motus_urbis_2011" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_motus_urbis_2011-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>La prospettiva destabilizzante rappresentante La Scala dei Giganti in Piazza Goldoni, ci conduce nel risucchio dell’ignoto più lontano, qualcosa di inaccessibile, razionalmente non accettabile, poiché invisibile. Scompare in un buco nero di china, lasciando l’uomo isolato nel mistero. Andare oltre o restare attaccato alla realtà che conosco? Che cosa c’è “di là”? Che cos’è la paura che provo nel guardare quell’oscurità? La scelta di luoghi non sempre considerati dall’occhio dei passanti, mette in luce la realtà circostante, facendo diventare la città un pretesto per parlare dell’uomo.</p>
<p>Un costante interrogarsi, un’inquietudine compagna ma spesso nemica accarezza l’istinto dell’artista della rappresentazione del non-visibile, attraverso scorci quotidiani, perfettamente d’espressione alla sua interiorità. Non decidendo a priori il disegno da creare, l’artista stessa si trova spesso spiazzata di fronte alla creazione del quadro finito, notando particolari e dettagli che la sua mente non aveva previsto. Fa nascere l’arte nella sua spontaneità. L’uso della tecnica non limita la tendenza viscerale al bisogno di espressione, un bisogno nascosto, non percepibile se non attraverso l’arte, per lei strumento primario nell’esorcizzazione dei fantasmi non afferrabili.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_exsisto_2010_1011.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-956" title="battistin_exsisto_2010_1011" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_exsisto_2010_1011-300x102.jpg" alt="" width="300" height="102" /></a>I ritratti, infatti, trasmettono ancora meglio il senso d’ignoto che sta dietro ogni “facciata”: osservando ognuno dei visi dipinti a olio, è facile pensare all’apparente somiglianza che i volti hanno tra di loro, per l’uso di una tecnica a pennellate spesse senza definire troppo i contorni dei lineamenti; ma appena ci si sofferma un attimo in più su un singolo quadro, nasce la magia dell’autentico: ogni viso è totalmente diverso dall’altro, non perchè lo si è osservato da vicino, ma perché l’attenzione non superficiale inevitabilmente porta l’osservatore a scontrarsi con lo specchio della propria intimità. Ognuno di noi ne potrebbe scegliere uno piuttosto che un altro, a seconda dell’empatia ricevuta e data tra quadro e persona. Pennellate veloci, ma precise nella realizzazione del pensiero, hanno portato la stessa Cristina Battistin a interrogarsi sui volti ottenuti: “Quando dipingo un ritratto – dice l’artista &#8211; non so in che cosa andrò a cadere. L’unica cosa che so è che scelgo l’accostamento nel pennello di due colori, per esempio rosa e bianco, e nel mentre del mio dipingere vedo il volto modellarsi. Così proseguo, seguendo le linee che si sono create da sole, guidando la mia mano e il mio occhio verso una precisa direzione. E quando vedo che il volto assume spessore, capisco che il ritratto è terminato.”</p>
<p>La scoperta del volto che nasce e si trasforma diventa una sorta di epifania. Nel suo sfondo di colori abbozzati da pennellate decise ma astratte, il ritratto diventa specchio dell’esistenza umana, riflesso di quello che appare esteriore e si rivela interiore. Quello che vediamo è, in parte, quello che siamo o che vorremmo essere o che rifiutiamo. Tutto sta nell’interpretazione e nella capacità di osservare più che vedere, di sentire più che guardare. Pensare più che parlare. La nascita di un ritratto si eleva ad essenza sacra per l’artista, una sacralità che necessita di verità e autenticità, scostandosi per un attimo dalla realtà, che invece, a quanto ci ha dimostrato Cristina Battistin, spesso risulta fittizia se osservata solo con gli occhi del quotidiano, e ingannatrice se affidata alla ragione piuttosto che alla sensazione.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/cristinabattistin.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-957" title="cristinabattistin" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/cristinabattistin-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Cenni biografici sull’artista:</p>
<p>Cristina Battistin è una giovane artista e insegnante di Storia dell’Arte e Disegno presso alcune scuole medie e superiori di Trieste.</p>
<p>Nasce a Pordenone nel 1982, vive la sua infanzia e adolescenza ad Aviano, e terminati gli studi superiori, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti di Perugia dove frequenterà l’università. In seguito consegue un il diploma di specializzazione presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con il corso biennale per l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte. Cristina Battistin ha partecipato ad alcune mostre collettive ed altre personali a Perugia, Pordenone, Ancona, Aviano, Trieste e Tolmezzo. Nel 2009 si è presentata per due volte al pubblico di Trieste, con una mostra personale intitolata “Fughe e ritorni”presso il club Zyp, e in seguito con la seconda personale dal titolo “AlEtheia”, presso il club Knulp.</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_a.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-958" title="battistin_a" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/battistin_a-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a>È vincitrice del 1° premio nella sezione Pittura al concorso artistico “Giugno in Arte” tenuto nel 2006 a Perugia, del 1° premio ex-aequo “Borsa di studio a favore di Giovani pittrici italiane a nome di Alida Epremiane”, 2006. E&#8217; stata selezionata al concorso Arte Laguna 2006 ed è stata finalista al Premio Artemisia per la Rassegna nazionale di Pittura figurativa contemporanea nel dicembre 2007 con l&#8217;opera Vincolo K.</p>
<p>Nel marzo del 2012 allestisce presso la sala comunale di Trieste in Piazza Unità, la mostra personale intitolata “Labor – Intus”. <a href="http://cristinabattistin.com/">http://cristinabattistin.com/</a></p>
<address><em>Francesca Schillaci</em></address>
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		<title>Decadenza, estetica, vintage: Massimo Caregnato</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 10:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Schillaci</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Caregnato]]></category>
		<category><![CDATA[vintage]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Francesca Schillaci] La fotografia tra passato e presente. Massimo Caregnato, interprete &#8211; traduttore e fotografo triestino. Intervista. Traduzione e fotografia. C’è una connessione fra le due o sono totalmente distaccate? Ho studiato a Traduttori e Interpreti, inglese e portoghese e mi &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/decadenza-estetica-vintage-massimo-caregnato">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[di Francesca Schillaci]</em> La fotografia tra passato e presente. Massimo Caregnato, interprete &#8211; traduttore e fotografo triestino. Intervista.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/caregnato_a.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-943" title="caregnato_a" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/caregnato_a-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Traduzione e fotografia. C’è una connessione fra le due o sono totalmente distaccate?</em></p>
<p>Ho studiato a Traduttori e Interpreti, inglese e portoghese e mi sono laureato nel 2004. Il motivo principale era la possibilità di viaggiare e sfruttare le lingue. La fotografia si è collegata poi al viaggio. Diciamo che vivo la fotografia come viaggio e il viaggio in fotografia.</p>
<p>Per quanto riguarda la mia professione direi che in fondo ha a che fare con la fotografia, o comunque con l’immagine: lavoro come interprete-traduttore free-lance, traduco per agenzie di pubblicità a Milano, piccole e grandi imprese, agenzie di traduzione, pubbliche amministrazioni, la SISSA a Trieste; ho all&#8217;attivo 4 libri per l&#8217;editore Springer-Verlag Milano nel settore divulgazione scientifica, e ultimamente qualcosa anche per siti di shopping online (ho tradotto in inglese parte del sito &#8216;TheKidsBoutik&#8217;).</p>
<p><em>Come hai iniziato, invece, con la fotografia?</em></p>
<p>Mio padre maneggiava fotografie da sempre, quindi l’impatto visivo ce l’ho da quando sono un bambino. Inoltre sono sempre stato affascinato dalle macchine fotografiche avanzate e nel tempo ho imparato a sviluppare un buon senso critico riguardo alle immagini. Almeno credo. Poi una mia amica scattava fotografie con una Reflex e per gioco ho iniziato anch’io con una compatta. Poi nel 2008 mi sono comprato la mia prima Reflex e ho cominciato a fare dei set improvvisati insieme ad amici e amiche che si prestavano per posare e piano piano la passione si è concretizzata.</p>
<p><em>In che modo?</em></p>
<p>Beh è successo che a dicembre 2010 mi hanno scritto dagli USA che avevano visto su Flickr la foto  “Spiritual Light” e la volevano usare sul set del film Looper con Bruce Willis in uscita nel 2012 che veniva girato all&#8217;inizio del 2011 e allora l&#8217;ho concessa alla produzione del film a Beverly Hills. Inoltre una casa editrice di New York, la Midsummer Night’s Press mi aveva chiesto alcune delle mie fotografie da usare per delle copertine. Questo diciamo che è stato il primo vero passo verso qualcosa di più “vero” al di là dei giochi fotografici che facevo per pura passione e divertimento.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/caregnato_b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-944" title="caregnato_b" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/caregnato_b-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Da quello che ho potuto vedere dalle tue fotografie e da quelle che mi hai portato oggi, non hai un soggetto o un ambiente specifico, giusto?</em></p>
<p>Sì. Mi piace cambiare, dipende poi anche dalle situazioni. Passo dai ritratti ai paesaggi alle pure immagini che possono diventare pubblicitarie.</p>
<p><em>Però nei ritratti, per esempio, l’elemento che risalta maggiormente è la bocca. Sbaglio?</em></p>
<p>No, non sbagli. Effettivamente è la bocca. Ma più che un aspetto specifico, mi piace il contesto in generale di una fotografia: l’uso e l’accostamento dei colori nel paesaggio di sfondo e del soggetto in primo piano, le pose, la luce e l’atmosfera che voglio ottenere.</p>
<p><span id="more-927"></span></p>
<p><em>Che tipo di macchina fotografica preferisci usare?</em></p>
<p>Impazzisco per le macchine analogiche. Uso anche il digitale e ti confesso che ultimamente sto sperimentando meglio l’iPhone e le fotografie risultano niente male, ma quello che riesco a ottenere con una macchina a rullino non ha pari.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/massimocaregnato_c.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-949" title="massimocaregnato_c" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/massimocaregnato_c-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Molto interessante questo aspetto. È anticontemporaneo. Preferisci dunque il passato al presente?</em></p>
<p>Direi che sono affascinato dal gusto del vintage, da quello che fotografie degli anni ’60 riescono a trasmettermi se le guardo adesso con occhi contemporanei. Le fotografie dei nostri genitori, diciamo. Con una macchina analogica posso fotografare il mondo di adesso, la gente e le circostanze quotidiane facendole apparire “passate”. E senza nessun tipo di ritocco, visto che per avere il risultato dei miei scatti devo aspettare lo sviluppo delle foto. È il senso dell’attesa. E una volta fatta una fotografia non la si può cancellare. La metti da parte, ma non la puoi eliminare come fa una digitale. Resta. Quindi resta la possibilità di scorgere l’errore, capirlo e migliorarlo. Oppure ti accorgi che lo scatto che hai fatto è risultato completamente diverso da quello che ti aspettavi, e magari ti piace pure.</p>
<p><em>Che cos’è che ti attira di più, quando scatti delle fotografie?</em></p>
<p>La decadenza. Il concetto di decadenza mi piace moltissimo. Però non in senso negativo, ma in un significato di passato, di autentico. Come il Portogallo.</p>
<p><em>Parlami un po’ delle tue fotografie di Lisbona. Hai scelto la capitale del Portogallo per la sua decadenza?</em></p>
<p>Beh Lisbona è la decadenza per eccellenza, ma decadenza intesa secondo la mia opinione, ovvero nel passato. Quando ero in Portogallo per studiare mi sembrava di vivere in un’altra epoca, una sospensione dalla contemporaneità. Il Portogallo è vintage! Poi adoravo Lisbona e il Portogallo in sé proprio perché studiavo quella lingua. E mi sono laureato in portoghese.</p>
<p><em>Cosa pensi dei fotografi di oggi?</em></p>
<p>È fisiologico. Dipende dalla tecnologia. Oggi tutti si possono improvvisare fotografi, poi però il risultato comunque si nota, anche se la tecnologia permette tutto un po’ a tutti…</p>
<p><em>Hai mai seguito dei corsi specifici per la tecnica fotografica?</em></p>
<p>A dire il vero no. Sono totalmente autodidatta. Ho letto dei manuali, ma soprattutto ho scattato tantissime fotografie. Orribili, discrete, belle, bellissime, di nuovo terribili e così via. E ho imparato.</p>
<p><em>Hai mai allestito una mostra?</em></p>
<p>Mai. Questo mi manca, infatti. Mi piacerebbe poter conoscere anche altri fotografi qua a Trieste per poter allargare anche la mia visuale fotografica. Ho ancora tanto da imparare, ma anche qualcosa da condividere, credo. In compenso faccio matrimoni e questo mi ha permesso di migliorare moltissimo la mia ricerca dell’estetica.</p>
<p><em>Cioè?</em></p>
<p>Ritengo fondamentale l’estetica di una fotografia così come di una persona o di un’immagine. Tutta una serie di elementi come i colori, l’ambiente, le pose e la luce devono avere un senso estetico all’interno di uno scatto. Che venga fatto con una Nikon D7000 o con una Polaroid. Il risultato estetico sarà sicuramente diverso, ma deve esserci.</p>
<p><em>Che cosa ti piace osservare prima di scattare una fotografia?</em></p>
<p>Mi piace moltissimo osservare la gente che passa. Se ti soffermi su delle singole persone, ti accorgi di quante storie ad immagini e/o a parole si possono scorgere in ognuno. È per questo credo che mi piaccia molto usare le macchine analogiche, perché riguardando gli scatti, ti rendi conto che in fondo la gente fa quello che faceva quarant’anni fa, nel suo quotidiano. Va a fare la spesa, va al mare, cammina per strada. Quello che cambia è solo lo stile di vita, ma i gesti in sé restano uguali. Siamo noi che siamo convinti che il progresso ci rubi il passato, ma in realtà è tutto fermo e saldo in noi, anche se non ce ne accorgiamo. A meno che non iniziamo a usare nuovamente le macchine fotografiche a rullino. (Ride).</p>
<address>Massimo Caregnato su Flickr: <a href="http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.flickr.com%2Fphotos%2Fmassimocare%2F&amp;h=5AQGFleG2" rel="nofollow nofollow" target="_blank">http://www.flickr.com/photos/<wbr>massimocare/</wbr></a> </address>
<address> </address>
<address>di Francesca Schillaci</address>
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		<title>La professione di fotografo: Roberto Pastrovicchio</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 09:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Srelz</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[gola]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[professionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pastrovicchio]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Srelz]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Roberto Srelz] Roberto Pastrovicchio. Nato a Trieste, nel 1975. Ciao Roberto. Un Peccato di Gola per te? Questo. Eccolo il peccato di Gola. Il panino di vetri. Ho fatto una cartolina ispirandomi al detto triestino: &#8216;meio che un panin &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/la-professione-roberto-pastrovicchio">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[di Roberto Srelz] Roberto Pastrovicchio. Nato a Trieste, nel 1975. Ciao Roberto. Un Peccato di Gola per te?</em></p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/panin_17.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-885" title="panin_17" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/panin_17-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Questo. Eccolo il peccato di Gola. Il panino di vetri. Ho fatto una cartolina ispirandomi al detto triestino: &#8216;meio che un panin de vetri&#8217;. La Gola è il peccato perfetto per questa fotografia; ingozzarsi di cose, senza capirne il senso, in qualsiasi campo. In parte è anche positivo, perché vuol dire che non sei mai sazio, che stai sempre cercando qualcosa in più. E all&#8217;inizio, nella fotografia, sei più peccatore e più goloso che dopo, sicuramente. E poi adesso sto lavorando proprio sul Food &#8230;</p>
<p><em>Catalogo prodotti Food! Peccato. Speravamo di entrare nel mezzo di una session con modelli.</em></p>
<p>Eh non è il periodo giusto.</p>
<p><em>Lavori completamente su Mac?</em></p>
<p>Si tutto su Mac. Tempo addietro lavoravo su pc, ovviamente per motivi di costo, naturalmente. E anche perché nel primo studio in cui ho lavorato si era completamente su piattaforma Pc. Ho imparato tutto su Pc e poi, vedendo i Mac in giro, gradualmente mi sono spostato &#8230; per non tornare indietro.</p>
<p><em>Secondo te vale la pena? Come costo è indubbiamente superiore. </em></p>
<p>Si, assolutamente! Costo decisamente superiore ma devi paragonarlo a un Pc di fascia molto alta. In quella fascia, più o meno, ora, i prezzi si equivalgono. Però alcuni software di cui io avevo bisogno giravano solo su Mac, in quel momento &#8211; ancora adesso alcuni girano solo su Mac. Negli ultimi due anni ci sono stati alcune conversioni e ora girano anche su Pc, ma è una cosa recente. Dorsi digitali, medio formato: fotografia professionale. Su quelle cose il Mac era, ed è, inimitabile.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/RPARC_010_RM_0228.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-887" title="RPARC_010_RM_0228" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/RPARC_010_RM_0228-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a>Con che software lavori?</em></p>
<p>Photoshop ovviamente. Capture One per l&#8217;acquisizione delle immagini.</p>
<p><em>Analogo a Lightroom.</em></p>
<p>Analogo a Lightroom, anche se &#8216;C1&#8242; non ha la gestione del catalogo, ma è molto più potente dal punto di vista dell&#8217;acquisizione istantanea dell&#8217;immagine via cavo. Lavoro sempre con la macchina attaccata al computer, da tanto ormai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Con la macchina sempre attaccata via cavo per un motivo?</em></p>
<p>Sempre attaccata via cavo al computer per vari motivi. Primo per sicurezza mia &#8211; tranquillità nel sapere che l&#8217;illuminazione sia a posto, niente di bruciato nelle alte luci, queste cose qui. Secondo perché lavoro quasi sempre con il cliente vicino: agenzie pubblicitarie, committenti finali. Bisogna essere insieme per fare certi scatti, è difficile capire subito la soddisfazione del cliente altrimenti.</p>
<p><em>Non sei mai da solo quindi.</em></p>
<p>Ma, dipende. Un catalogo Food come quello al quale sto lavorando lo posso fare da solo, poi via email in contatto con l&#8217;agenzia e via dicendo.</p>
<p>Hai calibrato la stampante?</p>
<p>&#8230; guarda ho appena preso il calibratore per la stampante, in arrivo da eBay. No, scherzi a parte, devo ancora farlo visto che la stampante l&#8217;ho acquistata da poco. Chi fa fotografia deve prestare attenzione, anche se c&#8217;è un po&#8217; di pigrizia oltre al monitor va fatto anche quello, anche la stampante. Ho avuto la fortuna di iniziare con uno studio che lavorava ancora quasi completamente in pellicola: io lavoravo già con il digitale e li ho portati un po&#8217; io verso di esso, &#8216;bisogna prendere il calibratore&#8217;, &#8216;bisogna prendere questo e quello&#8217; &#8230; e ho visto le differenze. Quindi sono pienamente consapevole. Le foto, poi, arrivavano in agenzia giuste, ed è importantissimo. Se no: &#8216;Giallo! Ma scusa, hai calibrato?&#8217; &#8211; &#8216;No&#8230;&#8217; , e allora &#8230;</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/backstage_01.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-888" title="backstage_01" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/backstage_01-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Per te il &#8216;giusto&#8217; che cosa significa? Vedo che tutto è estremamente ordinato, preciso nel tuo studio &#8230;</em></p>
<p>Guarda, esistono due &#8216;giusti&#8217;, ovviamente: &#8216;giusto giusto&#8217; da tabella &#8211; tecnica, perfezione matematica &#8211; e &#8216;giusto interpretato&#8217; che deve comunque avere tonalità e alte luci e ombre rientranti in certi valori limite numerici, stabiliti, che ti confermano la bontà dell&#8217;immagine. Non bisogna tentare di essere solo coloristi, bisogna dare anche un&#8217;interpretazione perché altrimenti la foto perde di senso. In una foto da catalogo è più facile &#8211; luci fisse, ombre sotto controllo, tutto già calibrato in partenza e molto scientifico. Reportage no, naturalmente, in strada è completamente diverso. Esiste comunque una buona possibilità di riuscire a definire un flusso di lavoro molto ben calibrato pur mantenendo creatività. Purtroppo tante persone non hanno idea di che cosa sia il colore, di che cosa sia la post-produzione &#8230; secondo me la teoria del colore devi studiartela. A scuola non c&#8217;è, è difficile &#8230; pochissimo negli istituti tecnici, niente in quelli scientifici. Qualcosa in fisica all&#8217;università, ma poco. Sono tutte nozioni che devi acquisire autonomamente, ancor di più quando scopri la passione per la fotografia. La grande fortuna di adesso è avere Internet. Trovando i riferimenti giusti, puoi studiare qualsiasi cosa, in poco tempo.</p>
<p>Questo passaggio dall&#8217;analogico al digitale, che io ho avuto la fortuna di fare, manca a gran parte degli appassionati che cominciano adesso. Nell&#8217;analogico avevi già le basi: l&#8217;istogramma esisteva in versione analogica, guardavi i neri, i grigi e i toni medi e li capivi. Ora parti dal digitale, ti appare l&#8217;istogramma sul display della macchina e dici: &#8216;Accidenti, un grafico! E adesso?&#8217;</p>
<p><span id="more-879"></span></p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/portfolio_02.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-889" title="portfolio_02" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/portfolio_02-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Fai tu la post-produzione? </em></p>
<p>È molto variabile. Dipende dal cliente. Normalmente la calibrazione del colore e la post-produzione di base viene fatta in studio. Poi capita ad esempio che vi siano passaggi ulteriori di montaggio nei layout e in questo caso compete all&#8217;agenzia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>In che anno hai iniziato? </em></p>
<p>Ho cominciato a lavorare da solo nel 2005, con partita IVA. Prima, dal 2000 al 2003 ho lavorato per uno studio cittadino, &#8216;Visual Art&#8217;. Facevo fotografia di scena al teatro lirico &#8216;Verdi&#8217;, ogni tanto foto di prosa al teatro &#8216;Rossetti&#8217;. Poi ho collaborato con lo studio &#8216;Giotto Enterprise&#8217; fino al 2005. Io ho studiato geologia, qualcosa di completamente diverso quindi; mi piaceva ma a un certo punto ho capito che mi mancava una parte creativa nella vita. Ho sempre disegnato, dipinto, mi piaceva &#8211; dopo l&#8217;avevo nascosta, però, l&#8217;arte, studiando scienze ti veniva naturale nascondere un po&#8217; queste cose.</p>
<p><em>Tantissimi informatici e ingegneri nella fotografia, ultimamente.</em></p>
<p>Informatici sicuramente. A causa del digitale, penso. È un po&#8217; una passione anche lo smanettare sul computer con la foto, quindi sicuramente. Ingegneri non ne conosco tanti. Conosco tantissime persone che hanno fatto cose tecniche, scientifiche e nelle quali è esploso poi il desiderio di creatività. Molti. Credo ti venga il bisogno di fare qualcosa di diverso, quando sei costretto alla razionalità.</p>
<p><em>Bello fare foto di scena in teatro.</em></p>
<p>Molto bello, si. Con &#8216;Visual Art&#8217; ho lavorato molto; avevo poi seguito il passaggio alla parte digitale. Però lo studio si occupa spesso anche di servizi per matrimoni, foto di attualità, attività che non mi attiravano piu&#8217; di tanto, non mi piacevano. Servizi per matrimoni non ne faccio mai.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/emilia_0256_test.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-890" title="emilia_0256_test" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/emilia_0256_test-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></a>I fotografi matrimonialisti sono molto richiesti.</em></p>
<p>Ah certo, è un settore molto importante e redditizio, ma non fa per me, non mi piace. Devi sentire quello che ti piace, in una professione come questa. Per questo avevo fatto un portfolio in casa – <em>Still Life</em> di bicchieri, bottiglie &#8230; per presentarmi a &#8216;Giotto&#8217;, qui a Trieste, sapevo che erano interessati allo &#8216;Still Life e alla fotografia pubblicitaria&#8217;. Con loro ho lavorato in studio e in location, per esempio girando l&#8217;Italia fotografando interni di bar Illy, e nel tempo ho capito che queste specialità erano molto interessanti. Poi ho fatto il salto, partita IVA e studio mio. Primo studio: venti metri quadri. Grande come questa stanza, questa in cui stiamo parlando: una lotta, sono riuscito a fotografarci frigoriferi enormi, scattando quattro immagini diverse e poi rimontate assieme in Photoshop. Ho incominciato a lavorare con le agenzie pubblicitarie, e a capire che la pubblicità era una cosa molto interessante proprio perché un giorno fotografi una bottiglia, il giorno dopo una persona, il giorno dopo ancora qualcosa in esterno, una casa &#8230; unisci quindi moltissime tipologie di lavori fotografici assieme.</p>
<p><em>E dal punto di vista economico, c&#8217;è soddisfazione a lavorare in pubblicità?</em></p>
<p>Mah, qui a Trieste non particolarmente. Qui devi saper fare tutto, l&#8217;eccessiva specializzazione non è proficua. Ho lavorato per aziende vinicole, di Food come Illy, Principe; Limoni, Generali &#8230; nei più svariati campi. Per me la cosa più bella sarebbe poter lavorare solo nel pubblicitario, ma nel nostro contesto non mi è sempre possibile.</p>
<p><em>I soggetti tu li ricevi, o contribuisci a crearli? </em></p>
<p>Quando lavoro con le agenzie, li ricevo. Molto spesso. Alcune volte ho creato tutto io, ad esempio per alcuni dei cataloghi che vedi qui &#8211; ho preparato un layout, l&#8217;ho confrontato con il cliente e una volta approvato ho realizzato lo scatto. Di norma, però, le agenzie ti dicono esattamente cosa fare. In alcuni casi ti capita anche che ti venga data carta bianca, comunque: &#8216;Non so, non ho tempo, ho solo l&#8217;idea generale &#8211; fai tu&#8217;. Hanno fiducia. E&#8217; un rapporto che cresce nel tempo e al quale contribuisci. Naturalmente, hai bisogno di linee guida dell&#8217;agenzia pubblicitaria. E&#8217; una specie di grande puzzle: lavori insieme, componi. La modella fotografata in studio, il cagnolino trovato su iStock, un pezzo d&#8217;asfalto della zona industriale e la borsa fotografata in studio, come still life. E metti assieme.</p>
<p><em>E ti capita di acquistare foto su iStock e utilizzarle per le tue composizioni? </em></p>
<p>No. Ma l&#8217;agenzia lo fa, hanno tempi stretti e budget ridotti, è necessario.</p>
<p><em>E su iStock e servizi simili su Internet, hai provato a vendere le tue foto?</em></p>
<p>Su iStock ho provato. Non riuscivo a starci dietro, però, come quantità d&#8217;immagini da produrre e inviare. Per avere un riscontro economico devi dedicarti solo a quell&#8217;attività e inoltre le immagini sono spesso molto poco creative. Io lavoro molto con un&#8217;agenzia inglese, &#8216;Arcangel Images&#8217;: vendono immagini per il mercato editoriale librario. È molto più interessante, hai le copertine, i manifesti. Finora ho contribuito con circa tremila immagini, realizzate nell&#8217;arco di tre anni. È molto più creativo, c&#8217;è una quantità d&#8217;immagini molto più bassa rispetto ad iStock. È bello, e vende. Sto valutando anche altre due agenzie, adesso. È utile. L&#8217;agenzia inglese paga subito il tuo lavoro &#8211; una cosa a cui noi non siamo abituati. E ti rispondono subito: con alcune realtà che si trovavano magari a pochi chilometri di macchina mi capitava di aspettare due giorni per avere una risposta via email. Gli inglesi ti rispondono in dieci minuti. Forse perché saranno in quattrocento dipendenti anziché in quattro; non credo, comunque. È un modo di essere, di rapportarsi al cliente e al fornitore.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/sneznik_A3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-892" title="sneznik_A3" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/sneznik_A3-257x300.jpg" alt="" width="257" height="300" /></a>Hai un archivio tuo? Di quante immagini?</em></p>
<p>Accidenti. Penso di non averle mai contate, per dire la verità. Cinque Terabyte d&#8217;immagini, credo.</p>
<p><em>Tutto digitale! Si sente anche dal modo in cui mi rispondi, &#8216;Cinque Terabyte&#8217; &#8230; </em></p>
<p>Tutto digitale, si. Negli ultimi anni, ho notato di avere meno immagini ma più pesanti. È il percorso digitale, e professionale, penso. Anche tecnologico. È la passione comunque che all&#8217;inizio ti spinge a fotografare tutto &#8211; tutto sembra interessante, sembra una prova. Dopo, pian piano, inizi ad avere fotocamere che creano file più pesanti, e lavori più lentamente, perché hai bisogno di qualcosa in più per essere soddisfatto. Riesci a fare quelle cinque foto che per quel soggetto ti vanno bene, ti lasciano soddisfatto; quelle cinque foto pesano come centocinquanta di quelle precedenti &#8230; e va bene, e vai avanti.</p>
<p><em>Non sei terrorizzato dall&#8217;idea di poterle perdere? </em></p>
<p>Eh. Copie, su copie, su copie &#8230; come tutti. Copie su copie su copie da tutte le parti.</p>
<p><em>Sei affezionato a un tipo di fotocamera, di attrezzatura o di marca?</em></p>
<p>Ho provato veramente di tutto. Se dovessi dirtene qualcuna, sono affezionato a Contax. 6&#215;4.5, con dorso digitale. Una fotocamera veramente spettacolare. Adesso mi trovo bene con Phase One e Mamiya. Mi trovo molto bene anche con le fotocamere di una volta, la Mamiya RZ ad esempio. Eccezionale. Per un servizio, una riproduzione fac simile di un libro antico, sono andato a Mosca, e ho lavorato solo con questa Mamiya enorme e con dorso digitale &#8230; sono quelle macchine fotografiche eterne, fantastiche, scattano, scattano, scattano. Non c&#8217;è firmware, non devi aggiornare niente, devi solo mettere su il dorso e scattare. Cascano per terra, continuano a scattare. Tra 10 anni la RZ funzionerà ancora bene; la Canon digitale da 2000 Euro, invece?</p>
<p><em>Solo medio formato.</em></p>
<p>No, non solo, ma quando posso  preferisco il medio formato. Di base l&#8217;immagine di una medio formato è molto più nitida, non c&#8217;è il filtro antialias sul sensore&#8230; ma questo è un aspetto non fondamentale: con il medio formato digitale riesci a gestire al meglio le alte luci e la gamma tonale. Il file è, come dire&#8230; “grasso”. Molto più di quello di una Canon o di una Nikon. Hai molte più possibilità dal punto di vista della ricchezza d&#8217;informazioni e la grana dell&#8217;immagine è meno “digitale”. Quando stampi da una medio formato ti viene quasi da dire: &#8216;Però. Sembra una foto fatta con pellicola buona&#8217;. D&#8217;altra parte &#8230; più informazioni hai, più riesci a far emergere veramente quello che vuoi.</p>
<p><em>È un altro mondo. Anche economicamente. </em></p>
<p>Certo. Non sono due cose paragonabili. Un dorso digitale nuovo può costare dai cinquemila Euro in su a cui poi devi aggiungere corpo macchina e obiettivi. Poi c&#8217;è il mercato dell&#8217;usato e del refurbished &#8211; ricondizionato, puoi trovarci di tutto, ma per quanto riguarda il nuovo siamo su quelle cifre.  È un livello diverso, anche per quanto riguarda il modo di lavorare. Se ad esempio scatti con una modella che non ha una pelle perfetta, il medio formato non perdona &#8211; ti capita già con la Full Frame, sicuramente, ma quando sei in medio formato devi poi lavorare di più in postproduzione e tutto ha un costo più alto. Poi, naturalmente, dipende tutto dal tipo di lavoro che devi fare, alcuni lavori li fai con il medio formato, altri no, anche perché magari il cliente può non essere interessato o non capire la differenza e non ti paga le ore di fotoritocco.</p>
<p><em>Ne risente tanto, il tuo mercato, della crisi?</em></p>
<p>Ah, qui si. Tantissimo. Ma non solo qui, sai; in Italia in generale, in tutto il paese e il mercato italiano. C&#8217;è un problema di fondo a mio avviso nella cultura dell&#8217;immagine, in Italia &#8230; è molto un &#8216;mordi e fuggi&#8217;, un accontentarsi di tutto e ingurgitare migliaia di immagini senza fermarsi a pensare un attimo, a guardarle bene. Si sposa bene col tema della gola di questo vostro mese, dai &#8230; ingurgiti, ingurgiti e alla fine il gusto non lo senti. Nella percezione attuale che abbiamo dell&#8217;immagine, questo ci sta perfettamente. È il momento di Facebook, il momento in cui guardi la bacheca in un lampo &#8211; zzt &#8211; senza capire che cosa stai vedendo. Veloce veloce veloce &#8211; &#8216;ho visto quattromila e duecento post!&#8217; &#8211; &#8216;aspetta, ne hai letto almeno uno?&#8217; &#8211; &#8216;no!&#8217; &#8230; resto sempre sconvolto da come le persone guardano le immagini. Sfoglio un giornale, vedo una foto orrenda, mi fermo: la guardo di nuovo e dico a mia moglie: &#8216;Guarda questa cosa! È tremenda&#8217;, e lei mi risponde: &#8216;Si, è vero. Però &#8230; se non me l&#8217;avessi detto tu, non me ne sarei accorta&#8217;.</p>
<p><em>Assuefazione all&#8217;immagine. Negli Stati Uniti, hanno approvato l&#8217;uso dei drone pubblicitari. Sai quelli che piloti con l&#8217;iPhone, e anche cose molto più sofisticate &#8230; </em></p>
<p>Non ci posso credere. È folle. Siamo già esposti in qualsiasi modo &#8230; devo dirti: è bellissimo essere fotografi di professione adesso, perché il modo di porsi, gli strumenti che abbiamo, con i quali possiamo creare quello che vogliamo, sono fantastici. Mai stati così belli. Mille modi. Ecco &#8230; questo forse è anche l&#8217;altro lato del tutto. Mille modi, da un lato e dall&#8217;altro, come Photoshop. In tantissimi mi dicono, Photoshop è difficile da imparare. Io rispondo: &#8216;No&#8217;. Non è difficile ma complesso. Il problema è che hai mille strade per arrivare allo stesso punto. Cento modi per ottenere lo stesso risultato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/MG_6585.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-893" title="Grossglockner" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/MG_6585-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>Photoshop. E&#8217; una delle domande che faccio sempre. E&#8217; lecito, secondo te, utilizzare Photoshop per ottenere un risultato su una foto?</em></p>
<p>Allora io partirei da un punto preciso, per risponderti. La mia fotografia non è documentaristica, la mia foto è un puzzle. Io non mi pongo, quindi, problemi etici su quanto sia lecito intervenire con Photoshop sulla fotografia &#8211; sulla mia fotografia. Sto creando; con Photoshop, sono come l&#8217;artista che ha tanti colori e pennelli, più pennelli e colori possibili. Ben venga l&#8217;uso di Photoshop per fare tutto quello che mi sento di fare, visto che, con quello strumento, posso.</p>
<p>Il problema è piuttosto un altro, forse: l&#8217;etica di quello che poi trasmetti. Ci sono tanti fotografi pubblicitari che creano mondi, ad esempio mettendo una persona che vola su una bicicletta. Va benissimo. Devi stare però attento a non comunicare messaggi sbagliati &#8211; il consueto esempio delle modelle artificialmente dimagrite o rese troppo perfette &#8211; perfette in modo inumano. Purtroppo quello che vedi molto spesso, soprattutto fra fotoamatori e appassionati, è un fotoritocco esagerato. Se guardi le foto di vent&#8217;anni fa, fatte anche da fotografi professionisti, magari trovi un attore con i brufoli &#8211; che, però, era reale. C&#8217;è la possibilità, anche con Photoshop, di fare un ritocco realistico &#8230; ma devi essere competente. Se no, piuttosto, meglio lasciar stare.</p>
<p><em>E Photoshop nei concorsi fotografici?</em></p>
<p>Dipende se vuoi documentare la realtà, oppure ricrearla. In camera oscura, il reporter mascherava, correggeva e stampava: in definitiva “creava” un&#8217;immagine. Il suo lavoro era però orientato a documentare, non a modificare o inventare. Il confine è proprio quello: la rappresentazione della realtà, o il voler prescindere da essa. La fotografia, comunque, non sarà mai una realtà oggettiva &#8211; non può esserlo, per sua natura. Chi sostiene di cercare nella fotografia l&#8217;esatta rappresentazione della realtà, secondo me commette un errore di giudizio &#8211; il fatto stesso di scattare una foto implica l&#8217;aver scelto <em>qualcosa </em>della realtà che ti sta di fronte, e quindi non è più realtà oggettiva. Hai eliminato qualcosa, dalla tua inquadratura, e hai scelto qualcos&#8217;altro: un istante dopo, o un centimetro più in là, è tutto diverso, e quindi stai <em>interpretando </em>quello che vedi. Quindi, io credo che Photoshop in genere vada bene, anche se nelle immagini documentaristiche bisogna evitare ad esempio di mettere qualcosa che non c&#8217;è o alterare i soggetti. Colori, contrasti &#8211; quelli puoi modificarli quanto vuoi, secondo me.</p>
<p><em>Quindi, se tu alteri sempre le tue foto nel modo in cui ti piace, alla fine sono sì foto pubblicitarie ma è pubblicità creativa?</em></p>
<p>La pubblicità è sempre creatività. Intendevi dire se le mie foto sono sempre creative? Si. Io interpreto quello che vedo e creo. Non documento. Con la mia foto pubblicitaria e personale, creo dei mondi che non esistono. E, certo, emerge con questo anche un altro problema etico nella pubblicità, perché tu puoi creare immagini belle di qualcosa che non in realtà non lo è così tanto. L&#8217;hamburger della foto non è esattamente l&#8217;hamburger che ti danno nella scatoletta e che mangerai.</p>
<p><em>Come sei arrivato alla fotografia, per una passione personale o per caso?</em></p>
<p>Mah, non sono uno che ha avuto sempre la macchina fotografica in mano già da bambino, no. Non avevo deciso già a quattordici anni di fare il fotografo &#8211; qualcuno lo fa e poi segue questa sua vocazione, io no. Avevo la macchina di mio papà, facevo qualche foto ogni tanto, così. Poi, prima ho iniziato a fotografare auto da rally perché ero appassionato di automobilismo, e poi paesaggi visti i miei studi di geologia e la passione per la montagna. Documentavo attraverso le foto quello che facevo. Poi ritratti, ad esempio il calendario di ritratti degli amici. A quel punto ho scoperto che stavo trascurando gli studi perché passavo tutto il tempo a fare fotografie e mi sono detto: &#8216;pensiamoci un attimo&#8217;. E così ho iniziato a lavorare con Fabio Parenzan di Visual Art, ed è stato il passo fondamentale, perché mi ha insegnato tanto. Mi ha riinsegnato a fotografare, visto che fare le foto per lavoro è tutta un&#8217;altra cosa. Fotografie in teatro, una specialità molto difficile, tempi di posa lunghi, 1/15, 1/10; monopiede, lui riusciva a tenere un secondo di posa con il 300mm, Canon F1, stando fermo e attento alla respirazione. Sviluppavi dodici rullini, in pellicola, 1600 ASA, il serpentone di foto che usciva dalla sviluppatrice. Tutti esposti più o meno giusti, e poi guardavi: mosso-mosso-sfuocato; mosso-sfuocato-giusto! E conservavi dieci foto. Era bellissimo. Ho capito quanto fosse differente lavorare con la fotografia, in condizioni di stress e con l&#8217;attenzione e l&#8217;aspettativa del risultato, piuttosto che far foto come amatore.</p>
<p><em>Hai mai pensato di insegnare fotografia?</em></p>
<p>No. Me l&#8217;hanno chiesto, diverse persone, più volte. Ma sono ancora impegnato nell&#8217;elaborare il mio percorso professionale e nel capire che cos&#8217;è per me la fotografia. È la mia grande passione, ci metto tutto il mio tempo; non vedo l&#8217;ora che arrivi il lunedì mattina, per poter riprendere.</p>
<p><em>Qual è la differenza fra un professionista e un amatore, secondo te?</em></p>
<p>Non è sempre una differenza di capacità o di qualità. La differenza è che il professionista deve consegnare sempre il lavoro <em>bello </em>, e soprattutto vive di quello. Oggi invece tutti sono un po&#8217; fotografi&#8230;</p>
<p><em>&#8230; ed è sbagliato?</em></p>
<p>No, no. Non è sbagliato, anzi. È bellissimo che tutti possano scattare, rappresentare, condividere. Tantissimi vogliono creare qualcosa, ora puoi avere a disposizione strumenti bellissimi a poco prezzo; è stupendo, è un risveglio. Ti fai pagare il servizio fotografico per un matrimonio, e allo stesso tempo, non hai partita IVA? Non è corretto. Chi si propone per un lavoro deve chiedere tariffe da professionista e soprattutto deve aprire partita IVA come professionista entrando in concorrenza con gli altri professionisti. Allora, e solo in quel momento, conterà veramente la qualità di quello che facciamo e si vedrà chi a pari condizioni è più bravo. Io chiedo al cliente sicuramente molto di più di quello che chiede un fotoamatore &#8211; molto spesso, un fotoamatore regala la sua foto solo per il piacere di vederla pubblicata con il proprio nome. Ma regalare il proprio lavoro è sempre sbagliato e danneggia tutti. Io in ogni caso, lavoro quasi esclusivamente con aziende, dove inizi già da subito con un rapporto chiaro, anche economicamente. Ecco se fossi un fotografo di matrimoni allora sarei più infastidito sicuramente, perché c&#8217;è l&#8217;amico dell&#8217;amico dell&#8217;amico che ti fa il servizio senza farsi pagare.</p>
<p><em>Tante volte però un professionista ti chiede oggettivamente troppo, per le foto del matrimonio.</em></p>
<p>A volte si, a volte no&#8230;</p>
<p><em> &#8230; e se vai dall&#8217;amico dell&#8217;amico poi magari hai in mano un servizio che è molto buono lo stesso. Volutamente polemico &#8230;</em></p>
<p>No, no, certo. Fai benissimo a dirlo. Ed è vero. Ricordati però che in ogni caso puoi scegliere il professionista che secondo te ti sta proponendo un prezzo giusto, ce ne sono molti, e molto seri. Il problema del professionista è che ha dei costi elevati alle spalle. Si tratta quindi di trovare il  giusto compromesso. Pensa all&#8217;archivio da gestire, i costi per le utenze, poi le macchine da aggiornare continuamente&#8230; un tempo ti duravano dieci anni, adesso no, il ciclo tecnologico è sceso a due anni, a tre anni al massimo. Sono costi che il fotoamatore non ha. La differenza fra il professionista che lavora per te e il fotoamatore che ti viene a fare il servizio molto spesso è che per lui questo è un extra, a costo quasi zero. Per un professionista no; un professionista non ha le spalle coperte da altro. Poi c&#8217;è anche la differenza fra professionisti e professionisti: molti prendono la fotografia solo come un lavoro: &#8216;faccio il mio, guadagno il mio, finisce là&#8217;. Io no, non ci riesco; dedico molto tempo alle foto, per me c&#8217;è prima di tutto la passione. Mi piace, voglio produrre qualcosa di bello. Il mio lavoro non mi annoia mai.</p>
<p><em><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/RPARC_011_RM_03321.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-894" title="RPARC_011_RM_0332" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/RPARC_011_RM_03321-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Colori o bianco e nero?</em></p>
<p>Ah, secondo me: &#8216;in medio stat virtus&#8217;.</p>
<p><em>Orazio.</em></p>
<p>O Aristotele? Entrambi &#8230; non c&#8217;è niente di più vero. Mi piacciono entrambi allo stesso modo. Entrambi hanno fascino e forza. Io sono partito dal bianco e nero, amo Ansel Adams &#8211; non solo le foto fra gli anni Venti e gli anni Quaranta, stupende, ma il suo modo di interpretare ciò che vedeva e di costruire la sua visione dell&#8217;immagine. Un tecnico eccezionale, e un uomo dai sentimenti profondi.</p>
<p>In questo momento il desaturato mi piace molto, è diventato il mio modo di vedere le cose. Ecco, la domanda può essere: quanto desaturare. In che percentuale. Molti mi chiedono: &#8216;Ma cos&#8217;hai fatto qui? E&#8217; HDR? Con che curva? Diana, Holga o dorso digitale da 80 mega pixel?&#8217; &#8211; Non è questo che conta. E&#8217; il risultato che conta, non lo strumento. Io amo un misto fra bianco e nero e colore, per le mie foto più personali; il colore, tante volte, ti dà una botta, inizialmente, ti colpisce molto, però ti fa perdere quello che c&#8217;è sotto. Io amo desaturare la mia foto e poi lavorare sulle curve dei singoli canali colore anche per togliere le dominanti. Nel bianco e nero, hai una grandissima forza; però qualche volta ti dici, &#8216;se ci fosse qualcosa di più &#8230; mi manca qualcosa!&#8217;</p>
<p><em>Fai anche ritratti.</em></p>
<p>Faccio anche ritratti. Di solito non un ritratto classico, cerco di far emergere un altro lato della personalità anche con situazioni insolite, costumi e set particolari.</p>
<p><em>Qual è la tua foto che ti piace di più?</em></p>
<p>Difficilissimo. La foto che ti piace di più è sempre quella che farai, non quella che hai già fatto. Non sei mai &#8216;arrivato&#8217;. Per fortuna. La fotografia dev&#8217;essere un continuo meravigliarsi delle cose che fai e cercarne di nuove e migliori.</p>
<p><em>C&#8217;è qualche soggetto che non hai ancora affrontato, nella tua esperienza di fotografo?</em></p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/pastro_bio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-911" title="pastro_bio" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/pastro_bio-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Numerose cose; però più di tutte, forse, l&#8217;autoritratto. Ne ho fatto uno solo, forse due. Che mi piacevano. Ho una foto che uso, un bel ritratto che mi è stato fatto da Fabio Parenzan di Visual Art e che mi piace molto. Io, alla fine, sono sempre dietro alla macchina, quasi mai davanti.</p>
<p><em>Cosa suggeriresti a un giovane che si avvicina alla fotografia?</em></p>
<p>Gli direi di studiare le arti, in generale. I grandi della pittura, poi i grandi della fotografia. Non i grandi di adesso, non suggerirei un &#8216;prendi le foto di Toscani e studiale&#8217;. Comincia con Avedon e Penn, con Weston. In base alla tua passione. Cerca di capire perché lavoravano con un fondo neutro. Comincia da questo e chiediti un po&#8217;: &#8216;Ma in queste foto, dove trovo il paragone con la pittura, dove trovo lo studio della luce, del volto umano&#8217;. E comincia a fare i paragoni, a cercare di capire il perché. Poi, quando inizierai, il digitale ti porterà un pò fuori strada, dovresti cercare di cominciare come si cominciava una volta, con qualche rullino. E&#8217; ancora possibile. Comincia col medio formato; oggi, con meno dei soldi con cui acquisti un cellulare, puoi prendere una Mamiya C330 anni &#8217;70 biottica, o una Rollei. Fai un po&#8217; di diapositive, un po&#8217; di bianco e nero, un po&#8217; di negativo colore, e poi le tiri su con il tuo scanner, a casa &#8211; che ti rende un&#8217;immagine comunque bellissima, e vedi emergere una tinta, un colore che non ha quasi bisogno di correzione o ritocco. Se parti con il digitale e vai avanti troppo veloce rischi di non fermarti per capire il perché di quei colori, il perché di quelle tinte. Se invece inizi a studiare la palette della pellicola, scopri che già quello è un mondo, e ti fermi a quello per un certo periodo e scatti, scatti. Anche se scattare da subito in digitale costa molto meno. Però se vuoi avvicinarti alla fotografia in maniera veramente seria devi fare un percorso. Iniziare così è interessante, e sicuramente capisci di più. Poi ci sono corsi delle scuole di fotografia, alcuni master a Milano ma soprattutto all&#8217;estero.</p>
<p><em>Milano è sempre un centro d&#8217;eccellenza?</em></p>
<p>Più che altro è uno dei pochi. C&#8217;è Firenze. Qualcosa a Padova, Modena. E Roma. All&#8217;estero la situazione è completamente diversa. Dalla scuola di Milano, dopo diecimila Euro l&#8217;anno e le spese per vivere, puoi uscire come un buon assistente; forse senza conoscere effettivamente il mondo del lavoro. Se fai fotografia d&#8217;arte il percorso è completamente diverso, ti richiede però di avere già una situazione economica che possa permetterti di fare quello e nient&#8217;altro e andare in giro per il mondo, nelle gallerie, ed esprimerti.</p>
<p><em>La foto è arte, secondo te?</em></p>
<p>Si. Ma ti dirò che io penso che quasi tutte le cose che facciamo siano arte. Molti sono convinti che l&#8217;arte sia qualcosa di &#8230; esoterico. Io penso di no. Penso che stia nei piccoli gesti della quotidianità. Credo che la fotografia sia arte perché ti permette di scegliere qualcosa, nell&#8217;immagine, che vedi solo tu e non un altro. Dopo aver scattato la foto &#8211; un attimo, un singolo istante &#8211; ti fermi a guardarla, a capirla. Per tanto tempo.</p>
<p><em>Chi sei, Roberto?</em></p>
<p>Un sognatore? Continuo a sognare tanto. Il titolo del mio blog è “My dreams would definitely be the perfect shooting location”! Per ogni immagine tento di immaginare un mondo diverso. Sempre, continuamente. E&#8217; difficile che non ci sia qualcosa di fotografico. Ho altri sogni e progetti chiusi in un cassetto &#8230; un giorno lo aprirò.</p>
<p><em>Il futuro?</em></p>
<p>Sto pensando a delle serie di foto. Lunghe, una storia. Forse la storia mi mancava: nello still life, tutto è molto: &#8216;una foto&#8217; &#8211; &#8216;via&#8217;. &#8216;tre foto&#8217; &#8211; &#8216;via&#8217;. Sento il bisogno di una storia fotografica, ci sto pensando. Di sicuro continuerò sempre a creare.</p>
<address><strong>Roberto Srelz</strong></address>
<address> </address>
<address>Le immagini pubblicate sono di proprietà di Roberto Pastrovicchio, coperte da copyright e non riproducibili. Il ritratto di Roberto Pastrovicchio è di Fabio Parenzan.</address>
<address> </address>
<address><a href="http://www.pastrovicchio.com/">http://www.pastrovicchio.com/</a></address>
<address> </address>
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		<title>La voglia di emozionare: Helmut Newton</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 10:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Srelz</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[lussuria]]></category>
		<category><![CDATA[dotART Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[Helmut Newton]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Castro]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Srelz]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Marco Castro] &#8220;Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare: tre concetti che riassumono l&#8217;arte della fotografia.&#8221; Oppure: &#8220;Il mio lavoro come fotografo ritrattista è quello di sedurre, divertire e intrattenere.&#8221; Con queste parole Helmut &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/la-voglia-di-emozionare-helmut-newton">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[di Marco Castro]</em> &#8220;Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare: tre concetti che riassumono l&#8217;arte della fotografia.&#8221;</p>
<p>Oppure: &#8220;Il mio lavoro come fotografo ritrattista è quello di sedurre, divertire e intrattenere.&#8221;</p>
<div id="attachment_868" class="wp-caption alignleft" style="width: 203px"><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/newton_c.jpg"><img class="size-full wp-image-868" title="newton_c" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/newton_c.jpg" alt="" width="193" height="266" /></a><p class="wp-caption-text">Nadja Auermann</p></div>
<p>Con queste parole Helmut Newton (1920-2004) descrive la sua idea di fotografia e il suo rapporto con essa. Questa è invece la definizione di lussuria in due parole: incontrollata sensualità. O ancora: l&#8217;attrazione verso il corpo di un&#8217; altra persona, il desiderio sfrenato di possederlo.</p>
<p>Di certo con i suoi scatti il fotografo tedesco ci ha sedotti ed emozionati. Maestro del nudo, lussuria ed erotismo sono la costante dei suoi scatti. Protagonista delle sue foto è quasi sempre la donna, nuda o seminuda, in ogni caso in atteggiamenti e pose provocanti. Le sue donne sono creature belle che esprimono sicurezza e determinazione, i loro corpi un manifesto di erotismo, provocazione e seduzione, in grado di stimolare l&#8217;immaginazione, i pensieri, i sogni proibiti di ogni uomo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_865" class="wp-caption alignleft" style="width: 133px"><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/newton_a.jpg"><img class="size-full wp-image-865" title="newton_a" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/newton_a.jpg" alt="" width="123" height="163" /></a><p class="wp-caption-text">Adriana Giotta, in posa e abiti provocanti</p></div>
<p>Questa idea di trasgressione così ricorrente è spesso amplificata da un&#8217;acconciatura particolare, da un forte trucco o da un &#8220;abito&#8221; sensuale. Un taglio a caschetto, una maschera o una giacca di pelle non sono quindi degli elementi complementari ma hanno un ruolo fondamentale per esaltare la lussuria, per far cadere in tentazione, per far cedere al peccato.</p>
<p>Newton come maniaco dei particolari, dunque. &#8220;Porto sempre con me un taccuino -ha detto una volta- dove annoto le fotografie che farò nei minimi dettagli.&#8221; Una goccia di sudore, delle labbra gonfie, un bacio, l&#8217;interazione dei muscoli. O ancora: una donna che fuma una sigaretta, che sorseggia un bicchiere, che accavalla le gambe, che si guarda allo specchio. Perfino il modo di passeggiare o di salire delle scale. Ogni piccolo e apparentemente insignificante aspetto dei suoi ritratti è studiato appositamente per amplificare l&#8217;idea di lussuria e trasgressione e per esaltare quel manifesto dell&#8217;erotismo che è la sua fotografia.</p>
<p>Le sue donne hanno un carattere forte, sono trasgressive e intimidatorie con i loro tacchi a spillo, i loro sguardi, le loro posture.Tra i soggetti preferiti da Newton troviamo delle vere e proprie icone della sensualità e della provocazione femminile. Non solo modelle  ma anche personaggi dello spettacolo, della cultura e del cinema, da Ava Gardner a Nadja Auermann, passando per Eva Herzigova, Monica Bellucci e Carla Bruni. Ma il soggetto preferito dei suoi scatti è stata forse la moglie June: conosciuta anche come Alice Springs, è stata la sua fonte di ispirazione oltre che protagonista di alcuni (e tra i più famosi) suoi ritratti.</p>
<div id="attachment_866" class="wp-caption alignleft" style="width: 214px"><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/newton_b.jpg"><img class="size-medium wp-image-866" title="newton_b" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/03/newton_b-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">June Netwon, Paris 1972</p></div>
<p>La lussuria non è resa solo dal semplice corpo nudo ma anche dai dettagli, da ciò che sta intorno, dall&#8217;ambientazione. Eros  come emblema dunque, ma combinato con sfondi di scenari urbani o interni asettici, in ogni caso mai banali: una finestra con vista sulla città, il tetto di un palazzo, una strada trafficata, una camera da letto in un albergo o un bar sono solo degli esempi di &#8220;teatri&#8221; in cui Newton sceglie di immortalare le sue donne. Nulla viene lasciato al caso e così come contano i dettagli anche gli scenari hanno un ruolo determinante nei suoi scatti. Per questo predilige gli scatti nelle strade o negli interni piuttosto che quelli in studio.</p>
<p>Per la sua creatività, per la sua innovazione e soprattutto per l&#8217;aggressività e per i contenuti delle sue immagini Newton è stato sicuramente tra i fotografi più chiacchierati. &#8220;Se c&#8217;è qualcosa che odio &#8211; ha detto una volta &#8211; è sicuramente il buongusto:  per me è una parolaccia.&#8221; Fin dall&#8217;inizio della sua carriera (siamo alla fine degli anni &#8217;40) ritrae nudi e le sue foto portano per la prima volta agli occhi di tutti oggetti di masochismo e lesbismo, immortalando donne piacenti e tentatrici, in pose seducenti e ad alto contenuto erotico. Una provocazione continua per gli occhi e per quel buongusto che lui riteneva essere l&#8217;unica volgarità. Forse per questo le sue foto &#8220;ambigue&#8221; piacciono ancora oggi, nonostante il suo stile fotografico scabroso gli abbia procurato diverse critiche. Ma a chi si scandalizzava di fronte alle sue immagini Newton rispondeva: &#8220;Bisogna pur esser all&#8217;altezza anche della propria cattiva reputazione&#8221;. E per questo ha fatto della lussuria l&#8217;emblema dei suoi capolavori.</p>
<address>Marco Castro</address>
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		<title>Gola in Fotografia</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 11:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Srelz</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[gola]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Milotic]]></category>

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		<description><![CDATA[[di Christian Milotic] Eccoci qui, Clikkini. Mentre mi preparavo a scrivere questo articolo, tutto ad un tratto, nella mia stanza, sopra la mia testa saltano due lampadine su tre, creando un&#8217;ambiente tetro, con poca luce, quasi a ricordarmi che il Peccato &#8230; <a href="http://dotart.it/magazine/gola-in-fotografia">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[di Christian Milotic]</em> Eccoci qui, Clikkini. Mentre mi preparavo a scrivere questo articolo, tutto ad un tratto, nella mia stanza, sopra la mia testa saltano due lampadine su tre, creando un&#8217;ambiente tetro, con poca luce, quasi a ricordarmi che il Peccato di questo mese è il più ignobile finora trattato: la Gola.<br />
<a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/Gola_Mariabice-Talocchi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-874" title="Gola_Mariabice Talocchi" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/Gola_Mariabice-Talocchi-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a>Questo Peccato non ha a che fare con il peso, ma con il piacere di appagare il nostro corpo con cose materiali, senza moderarsi nell&#8217;assumere dal cibo al fumo, all&#8217;alcool: è un tema di vita esistenziale. &#8216;Uccide più la gola che la spada&#8217;, un proverbio al volo su questo peccato che spesso possiamo inventare. Niente di più vero, se si pensa alla nostra incapacità di frenare, di moderare il consumismo, basti pensare a chi pur consapevole dei rischi ormai dimostrati accetta di rovinarsi polmoni e bronchi, a chi allo stesso modo sceglie di sfidare la cirrosi epatica, a chi ha il diabete, a chi assumendo droga arriva fino alla morte: ricordiamo sempre che il nostro corpo ci comunica cosa serve. Basta ascoltarlo.</p>
<p>Ora ritroviamo il peccato in fotografia. Esso viene accostato al maiale e al colore arancione, e questo mi fa venire in mente una scena da proporvi: una tavola imbandita di cose, plastificate e pitturate in bianco, ed una persona, cosparsa di fango, con indosso una maschera da maiale, la&#8217; a far banchetto senza freni, sporcando di fango le cose per colpa della sua frenesia.</p>
<p>Come luci usiamo un Beauty Dish con nido d&#8217;ape a quarantacinque gradi, direzionato verso il soggetto; una Maxilite anch&#8217;essa con nido d&#8217;ape, posta di fronte al Beauty Dish, come a guardarsi, con in mezzo il soggetto, così da creare la tridimensionalità. Una terza luce va posizionata sul muro di sfondo: usiamo una seconda Maxilite con una gelatina colorata color arancio, e un Black Foil (un sottile foglio di alluminio, ignifugo, di colore nero opaco, modellabile con le mani per sagomare i fasci di luce). Bucherellato davanti. Creeremo così un&#8217;atmosfera tetra dietro al soggetto, con il color arancio che riprende il colore del Peccato. Ora non manca altro che &#8216;clikkare&#8217; con il bottone della macchina fotografica e sbizzarrirsi con i tagli e le inquadrature: girate attorno al tavolo e troverete il vostro scatto preferito …</p>
<p><a href="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/gola_a.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-875" title="gola_a" src="http://dotart.it/magazine/wp-content/uploads/2012/04/gola_a-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>&#8230; e come ultima cosa, i detti sul peccato:</p>
<p><em>&#8220;Il miglior condimento del cibo è la fame&#8221; (Cicerone)</em></p>
<p><em>&#8220;All&#8217;inizio tu ti bevi  un bicchiere, poi il bicchiere si beve un bicchiere, poi il bicchiere si beve te&#8221; (F.S.Fitzgerald)</em></p>
<p><em>&#8220;I golosi si scavano la fossa con i denti&#8221; (H.Estienne)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al prossimo mese, Clikkini.</p>
<address><strong>Christian Milotic</strong></address>
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