I Tre Nomi del Gatto: Davide Skerlj

[di Roberto Srelz]

Davide Skerlj e dotART

Volevo chiederti della tua esperienza.

Su cosa? Ho fatto l’Accademia di Belle Arti a Venezia, mi sono diplomato nel 1986, in pittura …

Quindi hai scelto la pittura, e poi hai continuato su quel percorso …

Si. Sono andato avanti con la pittura, poi sono andato a New York. A New York ho seguito corsi di video produzione, che m’interessavano molto. Inquadratura, scena, ripresa.

 

 

Per quanti anni sei rimasto negli Stati Uniti?

Dal 1990 al 2000. Non è stata una cosa continua. Sei mesi qua, sei mesi là; un anno qua, un anno là … alternavo.

Quindi video e inquadratura.

Si video e inquadratura. Però, in campo artistico, io faccio molte installazioni e sculture. Video e inquadratura sono la base, quindi; dopo ti succede, vivendo negli Stati Uniti – o anche in altre nazioni, adesso, con questa realtà globale – lavorando molto sui linguaggi artistici ti sono richieste conoscenze a tutto campo. Fotografia, video. Su quelle conoscenze vai poi a creare dei progetti. Neanch’io conosco poi più di tanto a fondo le materie che vado ad affrontare, forse. Ho delle idee, poi cerco di realizzarle coinvolgendo collaboratori.

Questo quando inizi a lavorare su un tuo progetto.

Si. Per le sculture, ad esempio. Un giorno mi era venuta l’idea di allagare una galleria, completamente, mettendoci un metro d’acqua. Il gallerista mi ha detto no, perché saremmo andati incontro a grossi problemi. Non tanto di realizzazione tecnica – io stesso, poi, ho cercato un ingegnere idraulico per parlarne – ma di visibilità, comprensione. Quando ti metti veramente a lavorare su un progetto vai incontro a queste cose.

Avevi scelto l’Accademia di Venezia per una tua passione personale?

Un po’ così. Si. Ne avevo la possibilità, il tempo, allora mi sono detto: potrei provare a vedere se ne nasce qualcosa. Nel senso … te la metto anche in questo modo qui: a Venezia, essendo la città molto attenta alla cultura, essendo permeata da essa, molte persone studiano arte. E’ un centro museale importantissimo. E a Venezia, anche nel tuo piccolo, anche se tu non sei partecipe consapevolmente alle sue iniziative culturali, all’arte, è la città stessa a farti respirare quell’aria. Così come a Firenze. Ci sono tanti artisti che vivono a Venezia, e non hanno mai fatto né Accademia né studi d’arte, eppure. E allora, com’è possibile? Perché è la città stessa a guidare la tua sensibilità, se ne hai, verso l’arte. La città te lo permette. A Trieste, che è anch’essa ricca ma un po’ , da questo punto di vista, un cul de sac, ogni tanto sei proprio fuori dal giro. Allora ho pensato, cercando di essere coerente con le cose che m’interessavano, che se dovevo fare un’Accademia avrei avuto bisogno di trovarmi fra persone che la pensavano come me, che sentivano le cose come le sento io. E a Venezia vivevo quasi in una condizione di arte collettiva, in una situazione di collettività artistica. Non ero ‘il solo’. Non condividevo la mia solitudine, ma il mio percepire collettivo. In mezzo a chi s’interessava di foto e mi mostrava le sue fotografie, a chi mi parlava di video, del suo ultimo film … che mi spiegava come un tipo d’inquadratura fosse migliore per rappresentare un soggetto intento a un’azione piuttosto che un’altra inquadratura. C’era possibilità di convidivere.

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Tre regole della sceneggiatura: Mario Cerne

[di Francesca Schillaci]

“Uno sceneggiatore scrive per farsi leggere”.

Mario Cerne

Umiltà, consapevolezza, curiosità. Le tre ‘fondamentali’ della sceneggiatura. Per essere sceneggiatori ci sono delle regole da rispettare, o meglio, ci sono delle ‘norme’ che non bisogna dimenticare, per ottenere un percorso artistico coerente.

Secondo Mario Cerne, sceneggiatore e insegnante di storia del fumetto presso l’Accademia del Fumetto, di cui ne è presidente, la sceneggiatura ha senso di esistere se accompagnata da precisi spazi e tempi, come regole personali o tecnicismi imparati, punti di vista fatti propri o regole assorbite dagli infiniti libri di sceneggiatura. Dipende da quello che si cerca.

Per Mario Cerne ci sono delle regole fondamentali da rispettare per essere dei seri sceneggiatori, partendo innanzitutto dall’umiltà: mantenere i piedi per terra quando si scrive, questa è la prima regola della sceneggiatura. Seconda regola è la consapevolezza di quello che si fa: quando si sceglie una strada, un percorso, un’idea bisogna seguirla fino in fondo. Non si lascia nulla a metà.

Mario e Tergestea a 'Fumetti per Gioco 2011'

Terza regola fondamentale è la curiosità: non esiste nulla di definitivo e scontato, per scrivere una sceneggiatura bisogna essere aperti a tutto e aver voglia di esplorare, anche solo con la fantasia.

Quarta, ma non meno importante, regola è il confronto: uno sceneggiatore scrive per farsi leggere. Una volta accettato questo, si impara ad avere il coraggio di esporsi correndo i rischi richieste dalla scrittura scenografica, ascoltando e accettando critiche costruttive, ma anche distruttive, senza cadere nella pozzanghera del “Io scrivo solo per me stesso”. No. Chiunque scriva, ha la necessità di farsi leggere, soprattutto se si parla di sceneggiatura.

Accademia del Fumetto di Trieste

Perché?

Perché è un prodotto finito.  La sceneggiatura è un genere letterario che nel suo nucleo richiede specifiche competenze e assoluti rigori, ma allo stesso tempo conserva e trattiene la libertà principale per creare. Questo grazie all’immagine.

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Per prima cosa, la passione: Ugo Borsatti

[di Roberto Srelz] Foto Omnia. Siamo con Ugo Borsatti nel suo studio fotografico, in via Gatteri, a Trieste; è sera, è quasi orario di chiusura.

Venite, venite. Vi prendo due sedie.

Se non disturbiamo … Come si trova, con questo Mac?

Mah, mi trovo. Mi trovo con quello, mi trovo con questo – col Pc … abbastanza complicato, il tutto. Meglio il Mac del Pc forse per la mia attività, ma siccome devo tenerli tutti e due …

Allora, signor Borsatti, Stefano è il presidente di dotART, vi conoscete già. Io sono una specie di giornalista; mi fa tanto piacere incontrarla.

Ugo. Va bene. Anch’io sono una specie di giornalista. Sono uno dei più vecchi iscritti all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista. Al tempo ero anche corrispondente di ‘Crimen – Criminologia e Polizia Scientifica’ … circolava proprio la battuta: ‘Cosa sei , uno dei Giornalisti? Non sarai mica di ‘Crimen’?’ . Cambiava continuamente, comunque: ‘Cronaca’, ‘Detective’, ‘Detective Crimen’ … solo cronaca nera, naturalmente. Avevo iniziato solo con le foto, poi mi avevano chiesto le didascalie, e poi alla fine proposto di scrivere anche i pezzi. Si. Adesso finalmente hanno riconosciuto anche ai fotografi il diritto di essere considerati giornalisti.

C’era un poco di … fastidio, da parte dei giornalisti, nei confronti dei fotografi?

Eccome. Erano due categorie distinte; rivali, in un certo senso. Una volta, il giornalista era sempre quello che faceva il pezzo; il fotografo, secondo loro, non era importante. E invece ho avuto recentemente una grande soddisfazione, al Circolo Fotografico Fincantieri Wärtsilä. Due o tre mesi fa, al termine di una presentazione al pubblico con proiezione delle mie vecchie foto, Luciano Ceschian, che è stato direttore de ‘Il Piccolo’, si è alzato e ha detto: ‘Scusate un momento, posso intervenire? Qui con noi c’è Borsatti. Mi ricordo di un pezzo che avevo scritto per il ‘Gazzettino’, descrivevo una mareggiata, lavoravo e lavoravo sul pezzo, ci avevo lavorato tanto; poi arriva Ugo Borsatti, e porta una foto, e di fronte alla foto tutto quello che avevo scritto io era improvvisamente … niente’. Mi ha fatto molto piacere. Noi avevamo lavorato assieme proprio per il ‘Gazzettino’ – per il ‘Gazzettino’ ho lavorato a lungo, per diciott’anni. C’era sempre stata, questa ‘casta’ dei giornalisti, e il fotografo era sempre stato sottovalutato, nelle sue capacità.

Da quanti anni è in attività, Ugo?

Esatti sessanta. Al primo settembre di quest’anno. Dal 1952. Sto preparando un libro, su questo compleanno: un libro non solo fotografico. Su vari periodi. Ci tengo molto, a questo libro; sessant’anni di carriera non si compiono tutti i giorni.

E posso chiederle a che età ha cominciato a fotografare?

Ebbene, ieri era il mio compleanno …

 

Tanti auguri!

… grazie, grazie. E insomma un mio amico mi ha chiamato: ‘Tanti auguri per i tuoi Cinquantotto!’ – a cifre invertite, naturalmente. Sono ottantacinque appena compiuti. Ho cominciato la mia carriera tardi, se no ne avrei di più, di anni di carriera. Ho studiato per geometra, mi sono diplomato esattamente alla fine della guerra. Poi ho fatto un po’ di tutto, anche il … geometra, per il Comune di Trieste, che in quel periodo era sotto amministrazione Alleata. Poi ho lavorato per il Censimento, nel 1951 … finito quello, mi hanno preso a lavorare sulle carte d’identità per il territorio controllato dagli Alleati, che erano grandi così, azzurre, in quattro lingue … poi la fotografia. Da ragazzino avevo fatto qualcosa di fotografia, una in particolare, dopo ve la mostro …

Che cosa aveva fotografato?

Io abitavo qui vicino, in via della Ginnastica Triestina, sulla strada che dalle caserme portava verso il centro città. Nel 1943, l’8 di settembre – ero ancora studente – ecco il proclama di Badoglio: ‘I tedeschi sono cattivi!’ E si erano arrabbiati, anche giustamente a loro modo di vedere, senz’altro. I tedeschi stavano portando giù dalle caserme dei soldati italiani, lungo la via Ginnastica e verso un presidio. Avevo una macchina fotografica che era di mio fratello, sottomano, con una strana pellicola che costava un sacco di soldi ed era difficile da reperire. Tra le persiane mezze aperte e mezze chiuse, con mia mamma che mi gridava sottovoce: ‘No! Che non sparino! Vieni via!’ , sono riuscito a scattare tre foto, che dopo sono diventate famose. Sono state pubblicate molte volte; una, ingrandita, è alla Risiera di San Sabba, e vengono mostrate nelle ricorrenze. Le prime foto importanti che ho fatto.

C’è voluto coraggio, per fotografare i tedeschi che scortavano, armati, i soldati prigionieri.

Non ci ho pensato, avevo la macchina; mi sembrava una cosa importante, ed ho scattato.

Che cosa le aveva dato lo spunto per iniziare la sua carriera?

Mio papà era un vecchio fotografo amatoriale. Scattava e sviluppava su lastra, cercava di fare delle foto belle. C’era qualcosa nei nostri geni, probabilmente, e io l’ho seguito. Dopo quelle prime foto importanti ho cominciato a cercare di lavorare, mi sono fatto la licenza – le licenze erano bloccate, perché l’Associazione degli Artigiani era riuscita a convincere il questore e fare in modo che le stesse venissero rilasciate solo in presenza di un parere favorevole degli Artigiani. Follia!

Quando ha cominciato c’erano già foto a colori?

No, proprio all’inizio, qui, negli anni Quaranta, non c’erano … la Kodachrome e l’Agfacolor sono di fine anni Trenta, quindi tutto era di reperimento molto difficile, io non avevo pellicola o tecnica di sviluppo a colori a mia disposizione. Lavoravo in bianco e nero.

Che macchine usava?

A seconda dei periodi. Rolleiflex, Leica … all’inizio avevo una Voigtlander Prominent appena uscita. L’unica 35mm con l’otturatore centrale, che mi permetteva di lavorare con il piccolo flash che avevo, il flashetto da sette chili. Ecco, questa è la mia prima foto da professionista, stavo aspettando la licenza e mancava ancora qualche giorno; stavo ammirando e rigirando la macchina, mio papà mi dice: ‘Vai, vai giù in cortile!’ – vado giù nella corte scura, non c’erano esposimetri, non avevo niente, e a occhio ho azzeccato la posizione e la fortuna del topo che stava sollevando la zampa, bastava un secondo e sarebbe risultato indistinto, una macchia e basta. Queste invece erano donne che portavano il latte … Basovizza, Trieste e ritorno. Venti chilometri al giorno, senza contare tutti i piani di scale che facevano per raggiungere i clienti. Questa invece è la mareggiata, quella di cui raccontava Ceschian, quando parlava dell’articolo che avrebbe potuto buttar via una volta arrivata in redazione la mia foto … mai viste onde alte così, veramente. Libeccio a Ferragosto.

La sua foto più bella?

Adesso arriva. Non so se dire la più bella; direi, la più significativa fra le mie. Il soldato che bacia la ragazza, sulla banchina del treno. Trieste nel 1954. Lei non c’è più, adesso, era andata negli Stati Uniti, li avevo conosciuti – un momento bellissimo – ed ero rimasto in contatto con loro; è stata per sempre accanto al ragazzo che l’aveva baciata.

La foto a colori le piace?

No. Cioè, si, insomma. Ma mi piace più il bianco e nero. E’ assurdo dire: ‘Non mi piace il colore’; colore, perché no. Ma io amo il bianco e nero.

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Ira in Fotografia

[di Christian Milotic] Ci siamo Clikkini, niente di meglio in questo mese che l’IRA! e non IMU, la tassa, ma parliamo del peccato capitale che più ci rappresenta in questo momento: la classica goccia che fa traboccare il vaso, che ci fa sbottare, perdere il controllo. Ma come rappresentarla in fotografia?

L’ira non causa solo un’esplosione di rabbia: si trasforma in vizio ad esempio quando, in un momento di estrema ombrosità, la più inutile inezia diventa fulmine, scintilla, e fa scatenare la furia che risiede in noi.

Portiamo questa sensazione e questa passione in fotografia: parliamo anche di passione, si, perché esiste una parentela tra sessualità e ira: basti pensare alla parola greca”orgia”, che significa collera, ira.

Ora immaginiamo un tipico lavoro moderno, con l’impiegato, una persona spesso tranquilla ma sovrastata dal suo superiore – anche con modi duri, o attraverso il Mobbing. Vediamolo, quest’impiegato, prima nella sua ‘divisa da ufficio’ e poi invece dentro alle mura della sua casa, sempre nel suo bel vestito ma intento a spaccar piatti sul tavolo, a distruggere e violentare i sentimenti della persona che con lui condivide la sua intimità. Tutto per un’inezia, forse: ma lui si scatena,va oltre, è folle ormai, si lascia andare alla collera provocata dalla pressione lavorativa.

Un’altra immagine da rappresentare può esser quel momento dove troviamo, nell’altro, la maleducazione. Forse è diffusa fin troppo, l’arroganza la si taglia con il coltello, la prepotenza regna nelle persone che ci passano vicino, e se non si alza la voce o non si incomincia a menare i pugni in aria nessun ci rispetta più; e così, dopo esserci mostrati più selvaggi e bestiali, dell’altro, intorno a noi finalmente si respira aria di dignità.

Ora troviamo uno spazio aperto, un posto isolato dove creare tutto ciò: un bel prato ad esempio, aria aperta e sole coperto da nuvole – siamo nell’ira, perciò meglio le nubi, il grigio, sono la cosa migliore. Usiamo due luci Flash messe in laterale rispetto alla macchina fotografica, tutte e due da una stessa parte, un po’ distanziate; davanti al flash un telo, per creare una luce diffusa che vada a colpire uniformemente i nostri attori, posizionati davanti a noi. Con grande entusiasmo, incitiamoli a esprimersi liberamente nella più grande e maestosa dimostrazione di IRA in fotografia. E stiamo a guardare, e a scattare.

Vi lascio ora con questo detto: “Guardati dalla furia di un uomo paziente” (J. Dryden). E di una donna.

Al prossimo mese! ciao Clikkini.

Christian Milotic
[con Roberto Srelz]
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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“Within every man and woman a secret is hidden, and as a photographer it is my task to reveal it if I can. The revelation, if it comes at all, will come in a small fraction of a second with an unconscious gesture, a gleam of the eye, a brief lifting of the mask that all humans wear to conceal their innermost selves from the world. In that fleeting interval of opportunity the photographer must act or lose his prize.” (Yousuf Karsh)

“Mentre Karsh stava aspettando che  Churchill entrasse nella stanza, lui e il suo assistente piazzarono una sola luce, a destra della macchina fotografica, con un riflettore a sinistra. Si racconta che Churchill entrò di corsa nell’ufficio qualche momento dopo, fumando un sigaro dall’odore terribile. Non appena Churchill fu in posizione, Karsh si rivolse rapidamente al suo assistente, e gli disse: ‘Stai pronto’. Senza dire altro, Karsh andò da Churchill, gli strappò il sigaro dalla bocca, e scattò la foto. Subito dopo, Churchill lo fece buttar fuori da lì, con tutta l’attrezzatura e l’assistente.

Ma rimase uno dei ritratti più famosi della storia.

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Marina Stanger. Beauty Is. Un’intervista.

[English version] [Croazia, Gennaio 2012 - di Roberto Srelz] Marina. Ho visto che hai posato anche per copertine di riviste, le foto sono molto belle. Siamo contenti di aver lavorato con te nel workshop di Alessandro Michelazzi, a Rovigno: una professionista e un’ottima persona.

È stata una bella esperienza. Mi manca. Il workshop, tutti e tutto. Avete in programma qualcosa anche per quest’anno?

Credo di sì, sì; sono rimasto in contatto con Alessandro Michelazzi e abbiamo parlato molte volte riguardo il lavoro, pensiamo di fare qualcosa ogni anno, forse … con Alessandro ci lamentiamo del fatto di non avere tali opportunità qui. Lui  propone Firenze, naturalmente, ma al contempo deve stare anche con noi, nella sua Trieste! Vediamo.

Ti piace la fotografia, Marina? Ti sei cimentata nei panni del fotografo, qualche volta?

Ero interessata, sì. Mi piace. Ero interessata ma non ho avuto tempo per occuparmene; credo sia veramente necessario imparare tutte le tecniche che occorrono ma richiede tanto tempo, e adesso non ce l’ho, sfortunatamente.

Al Fashion Workshop hai avuto molta pazienza, in realtà, soprattutto quando abbiamo fatto le riprese in piscina, con l’ acqua fredda …

Era fredda l’acqua, eccome! Sì, ho voluto fare un buon lavoro, il gruppo dei fotografi era davvero cortese, siamo stati bene sul set,  era chiaro che c’era tanta passione in quelle foto. Io ho fatto il mio, ho dato il mio contributo. Tuttavia è stato … interessante, stare in quella piscina fredda!

So che adesso studi recitazione. Dove studi?

 

All’Università, si tratta di uno studio post-laurea: specializzazione in recitazione, media e cultura.

Quindi vuoi fare l’attrice?

Sì!

Hai provato anche il teatro?

Anche il teatro è interessante, ma non ho ancora provato in una piece teatrale. Preferisco di gran lunga i film, e ho fatto soltanto film e spot pubblicitari.  Il teatro non ancora. È più difficile, tutto avviene al momento, in teatro non hai alcuna possibilità di recuperare se sbagli battuta, devi recitare mentre il tempo scorre. Il teatro è più complicato, più intimo, dato che sei di fronte ad un pubblico. Nel film hai solo il personale intorno a te, hai la tua parte, e la possibilità di rifarla di nuovo, e ancora, e ancora … Non lo so, molte persone preferiscono il teatro – i miei colleghi. ad esempio, ma io sono più per i film, di certo. Anche il teatro rappresenta una grande sfida, e sicuramente voglio provarci, in futuro.

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Advertising: ira Animale

[di Cristina Pisani]

#1: Ira! La rabbia: un peccato capitale che è considerato tale quando diventa un abituale modo di relazionarsi con gli altri, quando una persona esplode subito con rabbia di fronte al prossimo. La rabbia nasce da una profonda passione interna che viene fuori prendendo il sopravvento, ci fa cambiare il tono della voce, il viso si trasforma, si pronunciano parole molto più forti e offensive di quanto non avremmo mai il coraggio di pronunciare. Le pupille si dilatano, la pelle si infuoca, i muscoli si tendono, la voce sale di tono.

Una espressione di tale portata viene sfruttata in modo originale dal mondo della pubblicità, ci permette di uscire dai soliti cliché passione – amore – sesso per esplorare anche il mondo dell’ironia e del divertimento. Si: per uno strano meccanismo, spesso vedere una persona furiosa… fa decisamente ridere! E così i pubblicitari tirano fuori il lato migliore, che per fortuna, in modo particolare negli ultimi tempi, sembra si stia prendendo una bella rivincita sul ‘consueto’: scatenare una risata con una singola immagine. Forse perché pensiamo: “Meglio a te che a me!” oppure: “Per fortuna capita anche agli altri!”

Un classico luogo, covo di interminabili frustrazioni, è il posto di lavoro, d’ufficio. Vediamo quindi una bella soluzione per evitare di afferrare per il collo il nostro collega o peggio il capo ufficio: una pallina antistress da stritolare tra le mani pensando al nostro odiato dirimpettaio di scrivania.

Guardiamo assieme questa pubblicità: ciò che contraddistingue sempre un buon messaggio pubblicitario è la semplicità, pochi dettagli che sfuggono forse al nostro sguardo ma che magicamente parlano direttamente al nostro cervello e ci svelano tante cose. Capiamo subito che il giovane arrabbiato si trova in ufficio, eppure non vediamo computer, fax, tante scrivanie: nel gioco del tono su tono del bianco si intravvedono però le tipiche luci da ufficio, un grande soffitto a quadrettoni con i neon che lo percorrono in tutta la sua lunghezza. Un ambiente asettico, non accogliente come una casa; al massimo se non è proprio il nostro ufficio, sarà qualche ufficio pubblico ..?! La camicia bianca indica un abbigliamento formale, manca la giacca sì, ma si sa, quando si è arrabbiati la temperatura sale!

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Linda Simeone: Più idee che Tempo

[di Roberto Srelz] Linda Simeone. Nata a Trieste nel 1985, vive a Trieste. Giovane manager, professionista nel mondo della comunicazione, e organizzatrice di ‘Le Vie delle Foto’.


Tutti quelli che hanno partecipato a ‘Le Vie delle Foto’ (www.leviedellefoto.it) , o che sono stati in contatto con la manifestazione, mi hanno detto che è la prima volta che si riesce a concretizzare un’occasione di questo tipo, e che è stata molto bella. E che nessuno ci credeva. Molti l’avevano in mente ma nessuno ci era mai riuscito; tu ci sei riuscita. Gli altri non c’erano riusciti perché non avevano provato, oppure perché le difficoltà incontrate erano troppe? Difficoltà che poi tu in qualche modo hai superato?

Secondo me è necessario essere … sprovveduti, per riuscire. In questo tipo di cose, per te nuove. Ti spiego. Ci sono tantissimi problemi organizzativi, che però sono riuscita a superare soprattutto perché ho cercato la collaborazione di tutti e l’ho animata, incoraggiata. Se avessi fatto da sola, incentrando su di me tutto il peso dell’organizzazione e le decisioni, non ci sarei riuscita.

Fin dall’inizio avevo già previsto di fare qualcosa di sbagliato, che avrei dimenticato qualcosa o qualcuno: non perché volessi dimenticarlo o sbagliarlo o deludere la gente o addirittura approfittare della loro fiducia, ma semplicemente perché era la prima volta che organizzavo qualcosa così. E c’è bisogno della collaborazione di tutti; incontri molte persone collaborative e che hanno voglia di fare, quando inizi a organizzare un evento. Ciascuno di loro porta qualcosa, fa qualcosa, da’ un pezzo di sé e della sua esperienza.

Quanti fotografi hanno partecipato alla manifestazione? Quanti locali pubblici hai coinvolto?

Trentuno fotografi, che hanno esposto in ventisette locali triestini.

 

 

Nella prima edizione appena conclusasi, ciascuno dei fotografi poteva scegliere un locale di preferenza fra quelli che avevano aderito. E già su questo, ti lascio immaginare le discussioni; a non finire. Sulla visibilità, sull’opportunità. Nel bene o nel male come in un puzzle siamo riusciti a mettere tutto assieme.

Nella prossima edizione spero di riuscire a portare almeno sessanta fotografi. Sarà strutturata in maniera più specifica: vogliamo aumentare la qualità dell’immagine fotografica esposta. E per non escludere i fotografi che vogliono contribuire ma che sentono di non poter raggiungere quella qualità, li inviteremo a partecipare a un progetto che coinvolga anche il locale pubblico nel quale le opere saranno esposte, in maniera che ci sia coerenza, e che locale pubblico e immagini esposte in esso siano coerenti. Qualcosa che si avvicina all’installazione artistica. Non penso sia necessario avere solo fotografi bravi, di altissimo livello, per costruire un progetto assieme a un locale pubblico – ma il risultato dovrà essere bello. E’ il risultato, che dovrà essere di alta qualità, non necessariamente il fotografo; un percorso, fatto da noi, dal fotografo e dal locale in cui esporrà, in modo da costruire un ‘perché’.

La fotografia, per te?

Vedi, la cosa positiva per la manifestazione è che … io non ci capisco niente, di fotografia. Forse è stato anche il motivo del successo nel mio ruolo di direttrice dell’evento. Io mi occupo d’immagine, di tecnica fotografica e della passione per la fotografia in generale non ne so molto, la guardo con piacere e basta.

Ti occupi d’immagine professionalmente, quindi? Hai fatto studi specifici sulla pubblicità e sull’organizzazione di eventi?

Si, certo. E: no. Sono completamente autodidatta. Come primo evento ho organizzato un torneo di basket con l’associazione ‘Ama Trieste’ – sport del quale non sapevo assolutamente nulla.

In quale azienda?

Nella mia. Sono una ‘partita IVA’. Esploro da sola il mondo del lavoro. Sono arrivata a questo attraverso un percorso … accidentato? Ho fatto tantissime cose. Molte delle quali molto diverse fra loro. Però ho imparato – spero di aver imparato – a orientarmi in qualsiasi tipo di situazione, ormai. Lavoravo per una Web Agency, con un ruolo di commerciale: avevamo realizzato un progetto dal nome ‘YourTuning’ (www.your-tuning.com), un portale dedicato alle automobili – alle elaborazioni di automobili e carrozzerie di auto. Avevo libero arbitrio e potevo decidere su tutto: potevo gestire i costi, decidere la strategia con la quale avvicinare i clienti, le proposte da presentare loro. Tutto bene. A un certo punto la Web Agency ha avuto delle difficoltà, non lavorava, e ha dovuto tagliare i costi interni ed eliminare il personale; ho preso un anno sabatico nel quale mi sono dedicata ad altre cose e ho pensato a cosa fosse meglio fare, poi mi sono decisa e ho aperto partita IVA. Avevo in mente un progetto nuovo, ‘LinkVideo’: video pubblicitari per agenzie immobiliari. Ho iniziato facendo foto agli immobili e inserendole sui siti delle agenzie, poi il lavoro si è sviluppato. Anche in ambito pubblicitario. Facevo anche la modella …

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Editoriale: Lomografia. Non pensate; scattate

Photo: Stefano Ambroset

[di Stefano Ambroset] La foto ‘Lomografica’ – se vogliamo usare questa definizione, che è un marchio registrato di Lomographische AG, è un’idea piuttosto recente, nata nella Lomographic Society fondata nei primi anni Novanta in Austria. I fondatori sperimentarono questa loro idea inizialmente con le macchine Lomo LC-A (qualcosa di molto molto economico e …  russo: una macchina fotografia giocattolo, ‘per tutti!’). E furono rapiti dalle immagini uniche, molto contrastate e vignettate, che quelle macchine producevano.

‘Lomo LC-A’, ‘Holga’, ‘Colorsplash’ …

Holga. Da forums.sgclub.com

‘Holga’. Hong Kong, 1982. Il mondo della produzione fotografica brucia, tutto procede a pieno ritmo. Come nella vicina Cina e in Giappone, la fotografia a Hong Kong è un hobby nazionale, e un’ossessione. Nuove fotocamere, nuove soluzioni tecnologiche, nuovo tutto: ogni giorno qualcosa di nuovo che va ad alimentare gli enormi mercati domestici e internazionali. E da questo mondo di favolose creazioni e innovazioni venne la Holga: distintamente non-moderna, in qualche modo preistorica, un passo indietro ai primi giorni della meccanica fotografica. Il concetto è semplice: una fotocamera minimale, economicissima, con pellicola medio formato 120. Avrebbe previsto e implementato solo i meccanismi basilari della fotografia – quelli assolutamente necessari al suo funzionamento – e avrebbe provveduto a mettere nelle mani del fotografo un’alternativa accessibile a tutti gli studenti e agli entusiasti dell’immagine, per avvicinarli a un mondo altrimenti molto costoso, quello della foto in medio formato. E in omaggio allo stupendo panorama attorno all’isola, venne il nome ‘Ho Gwong’, ‘molto luminosa’, che, una volta aperta la porta dell’Europa e raggiunti paesi nei quali pronunciare correttamente ‘Ho Gwong’ era impossibile, divenne: ‘Holga’. Mortalmente semplice e fantasticamente attraente per gli appassionati di un certo tipo di colore e di visione: una vera ‘Lo-Fi Medium Format’ – con visione distortamente amplificata attraverso la … lente di pura plastica di una fotocamera ‘oversize’.

Le macchine fotografiche ‘Lomo’, quindi, sono tipicamente macchine di basso o bassissimo costo costruite in economia o grande economia. Alcune di queste fotocamere utilizzano lenti multiple e flash colorati, uno o due colori o l’intero spettro dell’arcobaleno … ed esibiscono distorsioni ottiche estreme, infiltrazioni di luce, backfocus, tutto.

 Le 10 regole della Lomografia:

  1. portate sempre con voi la vostra ‘Lomo-macchina’;
  2. usatela in ogni momento – giorno, e notte;
  3. la ‘Lomografia’ non interferisce con la vostra vita: è parte di essa;
  4. provate a ‘scattare dal fianco’;
  5. avvicinatevi agli oggetti del vostro ‘desiderio Lomografico’ il più possibile;
  6. non pensate: scattate;
  7. siate veloci;
  8. non dovete necessariamente guardare subito per vedere com’è venuta la vostra immagine: guarderete dopo;
  9. non dovete necessariamente guardare dopo;
  10. non prestate attenzione a nessuna regola!

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Vite prepagate: poetico, patetico

Le vite prepagate, anche chiamate vite di credito ricaricabili o vite ricaricabili, sono un tipo di vita di pagamento.

Queste vite di pagamento si differenziano dalle vite di debito  e vite di credito poiché non sono collegate ad un conto corrente, bensì ad un borsellino elettronico, ma comunemente si dice che le gioie e i dolori sono caricati sulla vita stessa. Il pagamento viene addebitato subito.

Generalmente, le vite prepagate utilizzano gli stessi circuiti delle vite di credito. Da distinguere dalle vite prepagate sono le Gift Card -o vite regalo. Queste sono emesse principalmente da piccole imprese (soprattutto esercenti) i quali a fronte di un pagamento immediato, erogano sulla vita una gioia o un dolore (spesso maggiorato di alcuni punti percentuali).

In Italia, il maggiore utilizzo delle vite prepagate è per gli acquisti su Internet, poiché la maggior parte degli utenti ha il timore delle clonazioni delle vite di credito. Con la vita prepagata si rischia che venga rubata solo l’emozione caricata.

Maurizio Milovan

Questo piccolo testo nasce da un’idea  tratta dal Ricettario di scrittura creativa di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi. Nella parte dedicata ai giochi letterari, troviamo un interessante suggerimento: ‘ Trova/Sostituisci. In qualunque programma per la scrittura al computer (o Word Processor) c’è una funzione che si chiama trova/sostituisci. Serve a sostituire una parola con un’altra: a esempio se decido improvvisamente che la protagonista del mio romanzo non si chiamerà Adelina bensì Guendalina, basta un paio di clic e qualche secondo d’attesa, e tutte le Adeline verranno automaticamente guendalinizzate. Ma col trova/sostituisci si possono fare follie. Se vogliamo portare avanti il nostro gioco possiamo sostituire alla parola originale una parola totalmente incongrua: carota, juke-box, aspirina… allora sì il testo finale assumerebbe un aspetto surreale e pazzo (in particolare se si sostituiscono i verbi). Naturalmente ci si può sbizzarrire sostituendo più parole, fino a ottenere un testo completamente diverso da quello iniziale. ‘

Nel piccolo gioco non mi sono limitato a sostituire la parola carta/e con la parola vita/e ma ho dato al testo anche un mio tocco, in modo da renderlo patetico, e forse un po’ poetico …  provate anche voi, il ‘divertimento’, nella vita prepagata, è assicurato.

Maurizio Milovan – da ‘Buon Compleanno dotART 2011′
 
 
Maurizio Milovan ama il gioco creativo, la scrittura, la letteratura e il teatro. Nel corso della sua carriera, alle esperienze professionali in azienda ha alternato la passione per la scenografia e la sceneggiatura; ora si dedica al gioco teatrale, agli esperimenti letterari a tempo pieno e all’associazionismo.
 
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I sentimenti e l’arte digitale: Silvia Boldrini

Silvia Boldrini. Arte Digitale. Sentimenti. Nata a Roma, ha iniziato a dipingere ad olio e a china da autodidatta, e successivamente si è accostata al mondo della grafica e dell’arte digitale. Coltiva con entusiasmo la passione per le forme di comunicazione visiva, e considera il digitale come un mezzo di studio e sperimentazione stimolante e coinvolgente.

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Sentimenti, Silvia. Parliamo di sentimenti, questa sera. Tutti, nelle tue opere, o c’è qualche sentimento che prediligi? 

Knots

Knots

Penso che i sentimenti siano un ‘carburante’ importante del  vivere e  nel cercar di esprimerli desidero comunque dare un senso in positivo, di libertà. Sentimenti di angoscia, preferibilmente no…. È vero che negli ultimi anni sono passata anche attraverso l’angoscia familiare, il dolore, ed ho realizzato quindi anche delle cose… contorte, come ‘Knots’ . Complicate e sofferte. Però quello che vorrei porgere  è soprattutto un senso di dinamismo costruttivo, non una stasi rassegnata, bensì un senso di trasformazione e di apertura alla vita. In generale ciò che che cerco di mettere nelle mie opere deve corrispondere abbastanza a ciò che sento e che desidero trasmettere: mi deve restituire quella emozione, o almeno ci provo. Poi non sempre riesce… se trovo che non sia giusta, se non mi piace, se non mi riesce, se non mi convince, butto via.

Come hai cominciato?

Ho cominciato dipingendo dopo cena con i colori a olio, perché mi piaceva. Il mio sogno era di fare la pittrice e l’astronoma ma un incidente grave, nella mia famiglia, ha cambiato le cose. Ho iniziato subito a lavorare per mantenere la mia famiglia e sono andata avanti così per vent’anni: lavoravo di giorno, e poi la sera, dopo le dieci, mi mettevo li’ e dipingevo un pochino, oppure guardavo con il telescopio. Ho cercato di continuare a coltivare le mie passioni.
Con altri due ragazzi, abbiamo costruito, una volta, la lente di un telescopio: non ti dico la fatica! Sessanta ore di lavoro a testa, per realizzare lo strumento. In seguito, con un gruppetto di altre persone, abbiamo costituito una associazione di astrofili ed abbiamo anche costruito un piccolo osservatorio dove portavamo i nostri strumenti. Tra le varie attività portavamo i ‘telescopi in piazza’, nelle scuole.. quelle cose che si fanno, ecco. E dopo, piano piano, l’ho abbandonato, perché il mio lavoro si è spostato a Pesaro, e ho continuato a… dipingere dopo cena. E’ andata così. Ad un certo punto ho scoperto il computer, e ho iniziato ad esplorare! E’ affascinante!

Gli animali.

El Puma

El Puma

Gli animali perché … in parte per l’incanto che mi dà la loro immediatezza meravigliosa e per ciò che chiamo ‘selvatico’. Il rapporto con gli animali può rappresentare, nella grammatica e nel simbolismo dei sogni (e non solo dei sogni), gli impulsi e le emozioni umane. Nel contempo gli animali possono essere un mondo assai diverso dal nostro: un mondo non umano. Ad esempio vivere con un gatto (o un altro animale) secondo me ha qualcosa di speciale: in un certo senso è presente nella tua sfera personale qualcuno che ne è parecchio estraneo pur condividendo lo stesso pianeta. Un’ estraneo speciale: un animale, qualcuno che consideriamo un non umano. Non si fa entrare chiunque in casa propria o nei propri affetti, eppure talvolta ci si avvicina e ci si fa avvicinare da un piccolo animale completamente sconosciuto, ci si incontra con amore ed allegria:  è qualcosa che può far superare la ‘differenza’.

Quando ho realizzato ‘El Puma’ ero attentissima. Volevo fare un puma che stesse fermo e nel contempo fosse molto attento: un puma immobile ma  pronto a scattare se necessario, a difendere – in qualunque momento. Lo guardi ed è là, fermo e immobile come una pietra. Lo vedi e ne percepisci la tensione. I felini in agguato; mi appaiono solo apparentemente indifferenti.

Avevo letto di un puma in  un libro di Carlos Cataneda, mi piaceva:  in un episodio i due protagonisti sono in un deserto e si  incontrano con  un puma; uno dei due ha paura, molta, è agitato, se la prende col puma, reagisce in modo disperato, irrazionale anche. L’altro gli dice: “Perché ti arrabbi? A lui, ciò che fai non interessa, non se ne fa niente delle tue emozioni, ti vede solo come qualcosa da mangiare e forse qualcosa per il quale affinare il suo modo di cacciare. Non ti puoi arrabbiare per questo, perché questa è la sua natura. E tu lo sai. L’unico modo che abbiamo per sopravvivere è fare qualcosa che non si aspetta.” E i due si mettono a camminare a testa in giù; e così facendo, i due, nel racconto, si sono salvati.

Questo episodio ha attratto la mia attenzione e mi ha dato uno spunto: mi ha fatto pensare al modo che possiamo avere di superare le difficoltà, perché è giusto e naturale anche il reagire istintivamente, però bisogna poi cercare di venirne fuori in qualche modo:  quel reagire in quella maniera ‘strana’ (il camminare a testa in giù) era talmente fantasioso e folle che per il puma risultava assolutamente incomprensibile.

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