Concorsi, fotografia, realtà: Claudio Micali

[di Roberto Srelz] Claudio Micali, nato nel 1959. Claudo, nell’ambito di dotART Magazine e delle altre attività giornalistiche e d’immagine, abbiamo iniziato a incontrare di persona i fotografi, e a presentarli.

Mi piace collaborare a queste iniziative, lo trovo molto positivo, certamente.

Da quanti anni sei in questo mondo?

Ascolta, lo faccio da quando avevo dieci anni. Mio papà era appassionato di fotografia – è qualcosa di comune a molti altri che hanno intrapreso la carriera. Una passione anche tecnica. Ho ancora tutta la serie Minolta, dalla 101 alla 303. Nikon FM, FR. Canon. Hasselblad. Rollei. Possiedo un parco di macchine e obiettivi enorme; potrei quasi definirla una collezione.

A sedici anni, avevo iniziato a lavorare da Buffa, in Corso Italia, a Trieste. Ci ho lavorato per diciott’anni; vivevo in un negozio di fotografia, mi arrivavano le macchine fotografiche nuove, usate … ‘vi do’ questa per prendere l’altra’. ‘Ah, bene’. Cinquantamila Lire e la prendevo io, perfetta. E con la passione di mio papà per la fotografia mi sono rimasti tutti gli ingranditori; a dieci anni passavo gran parte del mio tempo libero in camera oscura al suo fianco. È così che ho iniziato.

Poi nel negozio di fotografia avevo la possibilità di lavorare assieme o per altri negozi; diverse cose. La moda. Vicino a noi c’era Beltrame, sempre a Trieste – ho fotografato molte delle commesse che ci hanno lavorato nel corso di quei diciott’anni.

Hai iniziato subito con la moda, quindi?

Si, si. Mi piaceva molto. Eravamo vicini di negozio e proponevo loro di posare, quasi ogni domenica ero al Castello di Miramare con una di loro a far foto. Con il rullino. Figurati, scattavi tre, quattro rullini e voleva dire una bella cifra. Foto, foto, foto. Poi per un periodo ho smesso col negozio, ho iniziato a far altro – ho fatto il rappresentante, per un po’ di tempo. Però non si è interrotta la passione, perché il lavoro di rappresentante mi permetteva di creare contatti, di incontrare persone, in Friuli particolarmente, in altre regioni. Così ho ripreso a far foto, per divertimento.

E come mai sei poi tornato, da protagonista, nel mondo dei fotografi?

Nel 2005, ho avuto l’occasione di partecipare all’evento organizzato da MTV qui a Trieste – e grazie ad alcuni contatti che avevo, ho potuto salire, come punto di osservazione, sul tetto della Prefettura, assieme a un altro fotografo. Eravamo gli unici in quella posizione e ne è venuto fuori un servizio molto buono. Dopo l’ho pubblicato, con l’autorizzazione di MTV, e da loro ho ricevuto un ingaggio; le mie foto erano piaciute, le consideravano interessanti. Mi hanno chiesto se volevo collaborare, e da quella volta sono rimasto in contatto con loro, ed in seguito ho realizzato delle collaborazioni anche con la Red Bull Bike Nights e con il TRL Tour. Per quanto riguarda Trieste; perché ho scelto di non spostarmi, ho preferito restare a casa, sul territorio.

Cosi’ è nato tutto per gioco e poi è diventato un impegno molto bello, molto importante. Non sono mancate le collaborazioni da esempio con Il Tim Tour, 80 Festival, Radio Company. Molto spesso con i giovani, con la musica. Poi con Azalea, i concerti, sempre qui a Trieste, già da quattro o cinque anni. Così cominci magari per scherzo e poi pian piano, se fai bene, diventa una cosa molto entusiasmante. Poi, il campo sportivo. E quel punto mi sono detto, ‘Beh, mi chiamano tantissime volte, un po’ tutti, e allora faccio il fotografo, perché no’.

Hai uno studio tuo, Claudio?

No. Ho iniziato più di una volta collaborazioni, però non si sono concretizzate in uno studio fotografico. Adesso lavoro con gli studi a noleggio. Non è facile; per il tipo di lavoro che faccio io, avrei bisogno di uno studio molto grande, con tanto spazio a disposizione.

Lavori ancora come fotografo sportivo?

Certo. E’ un settore che mi interessa molto. Lo scorso anno, ad esempio, ho avuto l’opportunità di essere il fotografo ufficiale dei World Junior Women’s Water Polo Championships. Un grosso lavoro, veramente impegnativo. Gli Europei di Karate. Pallavolo Italia-Corea. Tante. cose. Calcio provinciale. Seguo la Pallanuoto, quando le squadre giocano in città.

Continua a leggere

Pubblicato in arte, fotografia, interviste, professionismo | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Fotoamatore o Fotografo? Stefano Flego

[di Francesca Schillaci] Intervista a Stefano Flego, fotoamatore di Trieste.

Fotoamatore, ma non fotografo. Perché preferisci definirti uno piuttosto che l’altro?

Credo che per me la differenza sia soltanto che essere fotoamatori ha un significato in senso amatoriale: chi ama la fotografia non per forza ci deve guadagnare, mentre un fotografo è colui il quale scatta la foto e ci guadagna dei soldi. Ovviamente chi è fotografo di professione sicuramente sarà stato anche prima fotoamatore, anche se non è sempre così scontato.

Quindi tu, dalla tua fotografia non ci guadagni niente?

Esatto. Non m’interessa farlo. Mi sono stati proposti anche dei lavori su commissione, ma non mi piacciono. Non ho un interesse lavorativo. Un lavoro ce l’ho già, sono impiegato contabile e la fotografia mi aiuta a sforare proprio dalla routine lavorativa. Quindi no, non ci guadagno e non ci voglio guadagnare.

Tra i fotoamatori c’è concorrenza secondo te? O meglio, tu come la vivi?

Da quello che ho visto io la concorrenza c’è anche tra i fotografi. C’è ovunque, soprattutto sui blog di discussione, dove ogni scusa è buona per fare una critica o sulla tecnica, o sul colore, o sulla sfumatura di una fotografia, piuttosto che sostenere e apprezzare qualcosa di diverso o che possa dare nuovi spunti. Certo, se una foto è realmente fatta male, non c’è molto da fare, si nota e basta. Ma spesso tutta questa rincorsa alla critica demolisce invece che sostenere. Io vedo la fotografia in modo artistico. E cerco di imparare dagli altri, ma non ti nego che spesso mi è capitato di sentirmi incapace di fronte a critiche pesanti.

E come hai reagito?

Ho continuato a fotografare. (ride)

Come è nata la tua passione per la fotografia e da quanto tempo ne fai parte?

Penso che la passione sia cominciata con mio nonno, quando fotografava. Così anche l’interesse per la tecnologia. Lui ci dedicava tempo a queste cose e io lo stavo ad osservare. Così poi ho iniziato anch’io a voler provare, ma il primo vero inizio è stato tra il 2005. Nel 2009 ho iniziato a mettermi in gioco pubblicamente e nel 2010 ho preso seriamente in considerazione la ritrattistica conoscendo qualche fotoamatore che lo faceva.

E con cosa hai iniziato, con quali soggetti?

Ho iniziato con il paesaggio e poi sono passato alla ritrattistica. Chi si prestava a posare erano amici o amiche, poi anche altre ragazze hanno iniziato a chiedermi di fotografarle, di solito modelle. Ho sempre cercato di evitare la fotografia commerciale, incentrandomi piuttosto sul soggetto. Ecco anche perché mi considero fotoamatore.

Preferisci il bianco e nero o il colore?

Colore! Assolutamente colore! È importantissimo, dà vivacità alla fotografia, soprattutto per i paesaggi. Il bianco e nero mi piace usarlo se voglio trasmettere un senso di drammaticità. Un senso di passato, di malinconico. Il colore invece richiama di più il presente, per me.

Prima mi hai parlato di ritratti a modelle. Che tipo di rapporto si instaura, secondo te, tra modella e fotografo e viceversa?

Mmm… difficile rispondere. In generale spesso il rapporto è palese che viene frainteso, più da parte del fotografo che non rispetta la professionalità richiesta e il lavoro della modella. Nel mio caso, invece, posso dirti tranquillamente che ho sempre avuto la possibilità di lavorare con serenità, cercando di sciogliere tensioni iniziali che ci potevano essere, dati da pregiudizi generali appunto, oppure per pura timidezza della ragazza. Spesso molte di loro non avevano mai posato, quindi era tutto nuovo. Credo stia al fotografo cercare di trasmettere e di creare un’atmosfera serena, professionale e simpatica. La fotografia è un’arte, non uno scopo per ottenere tornaconti squallidi.

Quando fotografi una modella per dei ritratti, su che cosa ti soffermi maggiormente?

Dipende. Normalmente cerco di cogliere e valorizzare le parti belle della ragazza, cercando di metterle in luce. Per esempio se una modella ha un bel viso piuttosto che un bel corpo, cerco di cogliere i dettagli di quella bellezza e risaltarli. Quello che conta in assoluta per me è l’espressività. Per quanto riguarda la scelta delle modelle in sé, di solito preferisco ragazze semplici, carine e non le classiche bellissime da copertina. Pura semplicità.

Hai già allestito mostre da quando hai iniziato ad appassionarti alla fotografia?

Si, ho iniziato l’anno scorso, nel 2011, con la prima mostra è stata all’interno della collettiva Le vie delle Foto, e prendeva il titolo di “Panta rei, mentre tutto scorre” che si basava su sei immagini principali e lo scorrere del tempo. Infatti colgo l’occasione per ringraziare di cuore l’organizzatrice Linda Simeone. Poi quest’anno ho allestito una mostra visibile fino al 6 maggio presso il Casanova Caffè, assieme a due cari amici fotoamatori Pasqualino Brodella e Freddy Anselmo. La tematica principale si basava sulla ritrattistica, usando come modello la figura del casanova con tre fanciulle, di cui due lavorano proprio nel caffè. E per il momento nient’altro. Curo costantemente il mio sito, caricando fotografie che faccio tutte le volte che ne ho la possibilità, magari in attesa proprio di un’intervista che è arrivata! (ride).

Quale sarebbe il consiglio che daresti a tutti i fotoamatori emergenti?

Il mio consiglio spassionato è quello di ricordarsi sempre che in fotografia non si smette mai di imparare, e la frase per me più sentita che tengo sempre a mente è “la fotografia è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore” di Bresson, grande modello di riferimento per me nella mia fotografia e anche nella mia vita.

di Francesca Schillaci
 
Pubblicato in fotografia, interviste | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Vicini e lontani attraverso un’esperienza estetica

[di Francesca Schillaci] Vicini e lontani, un progetto, un happening, una festa o un evento. Libertà di scelta fra le opzioni, ma soprattutto possibilità di condividere attraverso un’esperienza estetica, la più totale comunicazione tra individui e conoscenti, passanti e amici, giovani e vecchi, adulti e bambini. Il fulcro di questa unione tra ospiti è stata senza dubbio l’arte nel suo messaggio relazionale e non più intellettuale.

Chiara Gelmini, l’organizzatrice di tutto l’evento, ha scelto volontariamente qualcosa che fosse accessibile a tutti, attraverso un impianto di eleganza e purezza, per riuscire in qualche modo a trasmettere la volontà genuina di ridestare una comunione, risvegliando la memoria di un luogo addormentato dal tempo lontano, ma allo stesso tempo vicino:

Nel 1906 l’architetto Max Fabiani, grande esponente dell’architettura nell’impero asburgico, vedeva ultimata la costruzione di Casa de Stabile a Trieste in via Belpoggio 1. Tra le sue importanti realizzazioni a Vienna, Ljubljana, Trieste, Casa de Stabile rimaneva il progetto a cui era più affettivamente legato. Anche grazie all’amicizia che lo legava alla famiglia de Stabile, ha continuato per tutta la sua vita a frequentare l’edificio impregnato dello spirito cosmopolita e intellettuale tipico della Trieste dei primi del ‘900, in cui amava partecipare alle conversazioni, godendo della Gemütlichkeit che vi si respirava, ovvero cordialità e socievolezza, accogliente e confortevole.

Il progetto originale prevedeva Dienstzimmern (stanze per la servitù), piano nobile e piano per la servitù, stufe in majolica un tempo in ogni stanza, riflettendo il carattere borghese del destinatario del progetto. La struttura, originale (con la sua torretta rotonda, e il colore caldo scelto per  la facciata), la cura e la qualità dei materiali, marmo, cristallo, vetri in origine piombati e colorati con motivi originali tedeschi, le piastrelle cecoslovacche, il parquet in rovere, hanno reso l’edificio durevole e insieme una ricchezza per Trieste, tutta da scoprire.

L’architetto Ernesto Van der Ham, che ha conosciuto da vicino Fabiani riporta aneddoti sulla sua eclettica, forte personalità  e sottolinea che egli “amava venire a vedere vivere e veder vissuta” Casa de Stabile.  Proprio questa è stata l’urgenza, la spinta che ha fatto nascere (vicini/lontani), insieme alla necessità di condividere un simile gioiello e soprattutto a quella di ripensare alle relazioni partendo dal piccolo…e perché non dalla casa, emanazione della più profonda intimità? Perché non partire dal “padrone di casa” che apre il suo spazio all’”ospite”? Il sogno è quello di ri-destare Casa de Stabile, aprendola a vicini di casa, amici, conoscenti, passanti curiosi, donando loro una piccola esibizione artistica e una festa. Aprendo una possibilità di incontro e relazione in uno spazio meraviglioso e pregno di vite vissute attraverso la dimensione artistica che esce dalla quotidianità e riveste un luogo che per un giorno si trasforma, diventando qualcos’altro, trasformando al tempo stesso lo “spettatore” in “ospite”.

Continua a leggere

Pubblicato in arte, articoli, visioni | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Respiriamo il cielo di primavera. E fotografiamolo

[di Roberta Radini] Parliamo dell’aria, quella frizzante della primavera, e per farlo non dobbiamo che alzare la testa all’insù e scrutare il cielo. Fotografare il cielo può sembrare una cosa semplice, in realtà si tratta di un argomento tutt’altro che banale, e basta fare qualche semplice prova per rendersene conto.

Questa stagione, che ci invoglia a stare all’aria aperta e a godere dei primi tepori, ci presenta tutta una serie di opportunità climatiche da ritrarre in maniera semplice ed originale al tempo stesso. Il cielo sarà terso, disegnato da buffe forme nuvolose, oppure cupo in attesa di un temporale: non ci resta quindi che scegliere la situazione che preferiamo e rimboccarsi le maniche.

Ma innanzitutto… quali sono le migliori ore per fotografare? La maggior parte delle persone a cui farete questa domanda probabilmente vi risponderà che un pomeriggio di sole col cielo blu e per giunta senza nuvole è l’ideale per togliere la polvere dalla macchina fotografica e uscire a scattare fotografie.
Se invece siete fotografi probabilmente non sarete molto d’accordo con loro: i fotografi infatti preferiscono di gran lunga scattare all’alba o al tramonto, perché la luce in quelle ore è magica, calda e diffusa.

La seconda importante domanda è poi con quale tempo meteorologico sia meglio fotografare per non ritrovarsi troppo presto annoiati dalle foto con i cieli azzurri senza nuvole.
Personalmente posso dire che, nonostante il mio archivio contenga moltissime foto scattate  in giornate soleggiate, le immagini trovate sotto la pioggia, in mezzo alla neve o comunque con il brutto tempo sono foto ad altissima resa per la carica di emozioni che riescono a trasmettere.

Molte persone utilizzano la macchina fotografica solo in vacanza, e per di più nella stagione estiva,  ma il mio consiglio spassionato è di cambiare questa pigra abitudine: non abbiate paura di bagnare la vostra macchina fotografica con qualche goccia di pioggia e uscite a scattare anche sotto l’ombrello!

E ora viene il bello. Questa volta infatti non utilizzeremo il cielo soltanto come anonima cornice ai nostri ritratti o come vernice azzurra per i nostri scatti panoramici. Al contrario: è quindi questo il momento migliore per ricordarci che certi tipi di fotografie vanno “pensati” prima di essere scattati. La  prima regola diventa ora osservare. Usiamo il cielo per riempire le nostre inquadrature, rendendolo protagonista. Osserviamo le nuvole come fanno i bambini distesi su un prato e immaginiamoci il modo per raccontare una storia attraverso un click, concentriamoci sui piccoli dettagli, cerchiamo curiosi contrasti per dare forza alle nostre creazioni. Magari anche un semplice lampione non sarà lo stesso se dietro di esso si espande una fitta texture di “pecorelle”, o la pioggia che riga un vetro o una panchina acquisterà una forza straordinaria con lo sfondo cupo del maltempo.

Il cielo inoltre è spesso scenario di tramonti mozzafiato, con l’atmosfera magica del sole che sfugge sotto l’orizzonte, ma anche in questo caso, cercate di uscire dalla banalità: non è sempre necessario includere il sole in una foto di tramonto. L’idea di tramonto, ad esempio, passa anche attraverso la particolare colorazione delle nuvole, quasi infuocate dalla luce del sole che sta per sparire. Potete cercare delle silhouette geometriche e molto nitide per creare composizioni astratte e dai toni caldi,  oppure lasciatevi guidare dalle semplici forme dei rami che si stagliano contro un cielo striato, dai colori talmente contrastati da sembrare talvolta inverosimili. Perché non tutto quello che è spettacolare deve essere per forza artefatto o creato al computer!

E quando il tempo a disposizione sembra finire, ricordatevi che il cielo vive anche di notte. La luna riuscirà a rendere suggestivi anche i paesaggi più quotidiani, basterà sfruttare le sue rotondità o l’effetto della sua luce diafana. Un cavalletto e dei tempi di scatto molto lunghi vi permetteranno di immortalare invece un gioco di stelle mozzafiato, specie se vi trovate in montagna o in zone lontane dal centro città.

Il consiglio finale perciò quello di affidarsi il più possibile alla propria creatività e fare della sperimentazione il vero punto di partenza per ottenere immagini uniche e personali: non abbiate mai paura di provare, e ne sarete ampiamente ricompensati.

Roberta Radini
(immagini di Roberta Radini)
Pubblicato in articoli, fotografia, professionismo, visioni | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Gola! E pubblicità

[di Cristina Pisani] Il peccato di gola.

Un dolce piacere a cui è difficile resistere soprattutto in una società come la nostra dove possiamo permetterci di cedere a infinite tentazioni. Il cibo non è più solo nutrimento per sopravvivere ma un elemento che ci fornisce piacere. Si mangia per golosità, per solitudine, per riempire qualche vuoto interiore, si mangia per il gusto, per provare esperienze; le tentazioni davvero non mancano, soprattutto da parte dei mass media che ci presentano un’infinità di prodotti golosi che compriamo per soddisfare il nostro palato. Prima di spendere altre parole vi invito a guardare questa immagine.

Ci sembra di guardare un quadro; dopo, vediamo che è tutto fatto di salumi:  il mondo perfetto per i golosi di affettati, un sogno proibito per chi non sa lasciare nel piatto neanche una fetta di salame, per chi, anche se non ha affatto fame, non riesce a fermarsi nell’arrotolare fette su fette di prosciutto crudo su fragranti grissini. Finchè ce ne sono in tavola, magari con sguardi furtivi, si puntano le fette prescelte, con lieve preoccupazione si scrutano i compagni di merenda se sono  più abili e svelti di noi. Gli affettati sembrano sempre pochi, tra un sorso di vino e una chiacchierata spariscono in un batter d’occhio – anche se, di parole, se ne sentono ben poche non appena si presenta sulla tavola il vassoio dei salumi. Come per magia la voce lascia il posto allo sguardo, il gesticolare che solitamente accompagna le nostre chiacchiere si trasforma in intraprendenza nell’allestirsi bocconi golosi da assaporare ad occhi chiusi, isolandosi per un attimo dal mondo.

Ecco qua – Negroni entra nei nostri sogni, con un tocco pittorico e sublime ci presenta un soave paesaggio collinare, un mondo bucolico che ci riporta al passato, alla genuinità di un tempo quando i salumi venivano fatti in casa, senza conservanti, senza coloranti. In un colpo solo con questa immagine siamo bombaradati di messaggi senza neanche accorgercene. Negroni, si sa, “vuol dire qualità”, e che qualità è migliore di quella che rispetta le tradizioni? Ed è proprio questo che sentiamo, la voglia di genuinità, di un fine settimana in collina, in qualche vecchia cascina, magari nei pressi di Cremona dove la Negroni è nata a inizio secolo. Ci porta ben lontani dalla mass-production che sta dietro i prodotti che troviamo nei nostri supermercati. Ci dice che i prodotti Negroni sono vicini alla tradizione di famiglia.

Vediamo inoltre una varietà infinita di affettati che con sapienza sono stati utilizzati ciascuno per dar forma a una figura diversa: la strada di salame dove i fitti puntini bianchi sembrano i sassolini di una via di campagna. Il prosciutto crudo avvolto sui grissini da’ vita a degli eleganti cipressi; la mortadella in lontananza si stende come dei prati, mentre la pancetta è destinata a pasti di altra coltura. Il carro è costituito da grissini – le ruote, che devono essere forti e robuste, fatte con un bel salamino tagliato grosso. Il carico trasportato fuoriesce un po’ dal carro, morbidamente, la pala appoggiata di lato ci lascia intendere un senso di calma, di riposo dal lavoro, il momento giusto per fare merenda. Anche la luce che arriva a illuminare il carro è calda: arriva bassa a riscaldare l’ambiente a dare un senso di familiarità a questo paesaggio astratto. Le nuvole nel cielo rincorrono l’orizzonte per sparire dietro la casa, dove il nostro sguardo è stato appena accompagnato.

Capiamo quindi che il marchio ha una ben nutrita gamma di prodotti: essendo un paesaggio, è infinito, per cui ne possiamo mangiare quanto ne vogliamo, e poi possiamo comprarne altro e altro ancora, possiamo mangiare in abbondanza, non finirà mai, il piatto non sarà mai vuoto, non arriveremo mai a quell’ultima fetta che mette in imbarazzo tutti. Qui di roba ce n’è, buona e tanta.

L’headline non potrebbe essere più azzeccato: “un mondo tagliato per te”, due interpretazioni: abbiamo un mondo fatto sia su misura per noi che imbandito, affettato per noi! I colori del marchio si intonano con il colore del brand bianco e rosso, logo posizionato in mezzo al cielo, una stella nel cielo, la stella di Negroni. Vi ricordate il jingle ?… le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità!

Continua a leggere

Pubblicato in articoli, gola | Contrassegnato , | Lascia un commento

Vedere e non vedere: Cristina Battistin

[di Francesca Schillaci] Vedere e non vedere. Percepire l’autenticità attraverso la guida di linee perfette e scandite, ma non trovare un arrivo. Distanze e vicinanze. Somiglianze e estraneità.

La mostra Labor – Intus di Cristina Battistin, allestita e vista presso la sala comunale di Piazza Unità d’Italia, a Trieste, trasmetteva questi paradossi, perfettamente in coerenza tra loro dentro le tele delle pitture a china, a olio, collage e bitume.

Divisa essenzialmente in due parti, tra squarci del paesaggio di Trieste e nei ritratti, l’esposizione di Cristina ha messo in luce aspetti essenziali del vivere quotidiano, che contemporaneamente costringono l’osservatore a sprofondare dentro il senso ultraterreno di quegli scorci: Cristina ha scelto la prospettiva come tecnica principale per guidare l’idea e l’occhio verso il cuore del significato, ovvero l’interiorità. Da questo è nata la scelta del titolo Labor – Intus, derivante la latino “lavoro interiore”: per entrare in contatto con questi dipinti e con noi stessi nel momento dell’osservazione, è necessario un profondo e ricercato lavoro interiore, nel tentativo rischioso di scorgere lati oscuri che la nostra coscienza non concede alla ragione.

Cristina Battistin ricerca l’aldilà della realtà circostante. Eliminando l’inessenziale, ci regala attimi fulminei che neanche lei ha saputo intrappolare nella loro testimonianza nel presentarsi agli occhi, ma li disegna nella sensazione che hanno lasciato all’animo: il flusso, quello interno che scorre in ognuno di noi, che viene colpito da quello che l’occhio solo vede, ma il cuore, lo stomaco, il sangue sente, assorbe, metabolizza.

La prospettiva destabilizzante rappresentante La Scala dei Giganti in Piazza Goldoni, ci conduce nel risucchio dell’ignoto più lontano, qualcosa di inaccessibile, razionalmente non accettabile, poiché invisibile. Scompare in un buco nero di china, lasciando l’uomo isolato nel mistero. Andare oltre o restare attaccato alla realtà che conosco? Che cosa c’è “di là”? Che cos’è la paura che provo nel guardare quell’oscurità? La scelta di luoghi non sempre considerati dall’occhio dei passanti, mette in luce la realtà circostante, facendo diventare la città un pretesto per parlare dell’uomo.

Un costante interrogarsi, un’inquietudine compagna ma spesso nemica accarezza l’istinto dell’artista della rappresentazione del non-visibile, attraverso scorci quotidiani, perfettamente d’espressione alla sua interiorità. Non decidendo a priori il disegno da creare, l’artista stessa si trova spesso spiazzata di fronte alla creazione del quadro finito, notando particolari e dettagli che la sua mente non aveva previsto. Fa nascere l’arte nella sua spontaneità. L’uso della tecnica non limita la tendenza viscerale al bisogno di espressione, un bisogno nascosto, non percepibile se non attraverso l’arte, per lei strumento primario nell’esorcizzazione dei fantasmi non afferrabili.

I ritratti, infatti, trasmettono ancora meglio il senso d’ignoto che sta dietro ogni “facciata”: osservando ognuno dei visi dipinti a olio, è facile pensare all’apparente somiglianza che i volti hanno tra di loro, per l’uso di una tecnica a pennellate spesse senza definire troppo i contorni dei lineamenti; ma appena ci si sofferma un attimo in più su un singolo quadro, nasce la magia dell’autentico: ogni viso è totalmente diverso dall’altro, non perchè lo si è osservato da vicino, ma perché l’attenzione non superficiale inevitabilmente porta l’osservatore a scontrarsi con lo specchio della propria intimità. Ognuno di noi ne potrebbe scegliere uno piuttosto che un altro, a seconda dell’empatia ricevuta e data tra quadro e persona. Pennellate veloci, ma precise nella realizzazione del pensiero, hanno portato la stessa Cristina Battistin a interrogarsi sui volti ottenuti: “Quando dipingo un ritratto – dice l’artista – non so in che cosa andrò a cadere. L’unica cosa che so è che scelgo l’accostamento nel pennello di due colori, per esempio rosa e bianco, e nel mentre del mio dipingere vedo il volto modellarsi. Così proseguo, seguendo le linee che si sono create da sole, guidando la mia mano e il mio occhio verso una precisa direzione. E quando vedo che il volto assume spessore, capisco che il ritratto è terminato.”

La scoperta del volto che nasce e si trasforma diventa una sorta di epifania. Nel suo sfondo di colori abbozzati da pennellate decise ma astratte, il ritratto diventa specchio dell’esistenza umana, riflesso di quello che appare esteriore e si rivela interiore. Quello che vediamo è, in parte, quello che siamo o che vorremmo essere o che rifiutiamo. Tutto sta nell’interpretazione e nella capacità di osservare più che vedere, di sentire più che guardare. Pensare più che parlare. La nascita di un ritratto si eleva ad essenza sacra per l’artista, una sacralità che necessita di verità e autenticità, scostandosi per un attimo dalla realtà, che invece, a quanto ci ha dimostrato Cristina Battistin, spesso risulta fittizia se osservata solo con gli occhi del quotidiano, e ingannatrice se affidata alla ragione piuttosto che alla sensazione.

Cenni biografici sull’artista:

Cristina Battistin è una giovane artista e insegnante di Storia dell’Arte e Disegno presso alcune scuole medie e superiori di Trieste.

Nasce a Pordenone nel 1982, vive la sua infanzia e adolescenza ad Aviano, e terminati gli studi superiori, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti di Perugia dove frequenterà l’università. In seguito consegue un il diploma di specializzazione presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con il corso biennale per l’abilitazione all’insegnamento di Storia dell’Arte. Cristina Battistin ha partecipato ad alcune mostre collettive ed altre personali a Perugia, Pordenone, Ancona, Aviano, Trieste e Tolmezzo. Nel 2009 si è presentata per due volte al pubblico di Trieste, con una mostra personale intitolata “Fughe e ritorni”presso il club Zyp, e in seguito con la seconda personale dal titolo “AlEtheia”, presso il club Knulp.

È vincitrice del 1° premio nella sezione Pittura al concorso artistico “Giugno in Arte” tenuto nel 2006 a Perugia, del 1° premio ex-aequo “Borsa di studio a favore di Giovani pittrici italiane a nome di Alida Epremiane”, 2006. E’ stata selezionata al concorso Arte Laguna 2006 ed è stata finalista al Premio Artemisia per la Rassegna nazionale di Pittura figurativa contemporanea nel dicembre 2007 con l’opera Vincolo K.

Nel marzo del 2012 allestisce presso la sala comunale di Trieste in Piazza Unità, la mostra personale intitolata “Labor – Intus”. http://cristinabattistin.com/

Francesca Schillaci
Pubblicato in arte, articoli, colore, visioni | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Decadenza, estetica, vintage: Massimo Caregnato

[di Francesca Schillaci] La fotografia tra passato e presente. Massimo Caregnato, interprete – traduttore e fotografo triestino. Intervista.

Traduzione e fotografia. C’è una connessione fra le due o sono totalmente distaccate?

Ho studiato a Traduttori e Interpreti, inglese e portoghese e mi sono laureato nel 2004. Il motivo principale era la possibilità di viaggiare e sfruttare le lingue. La fotografia si è collegata poi al viaggio. Diciamo che vivo la fotografia come viaggio e il viaggio in fotografia.

Per quanto riguarda la mia professione direi che in fondo ha a che fare con la fotografia, o comunque con l’immagine: lavoro come interprete-traduttore free-lance, traduco per agenzie di pubblicità a Milano, piccole e grandi imprese, agenzie di traduzione, pubbliche amministrazioni, la SISSA a Trieste; ho all’attivo 4 libri per l’editore Springer-Verlag Milano nel settore divulgazione scientifica, e ultimamente qualcosa anche per siti di shopping online (ho tradotto in inglese parte del sito ‘TheKidsBoutik’).

Come hai iniziato, invece, con la fotografia?

Mio padre maneggiava fotografie da sempre, quindi l’impatto visivo ce l’ho da quando sono un bambino. Inoltre sono sempre stato affascinato dalle macchine fotografiche avanzate e nel tempo ho imparato a sviluppare un buon senso critico riguardo alle immagini. Almeno credo. Poi una mia amica scattava fotografie con una Reflex e per gioco ho iniziato anch’io con una compatta. Poi nel 2008 mi sono comprato la mia prima Reflex e ho cominciato a fare dei set improvvisati insieme ad amici e amiche che si prestavano per posare e piano piano la passione si è concretizzata.

In che modo?

Beh è successo che a dicembre 2010 mi hanno scritto dagli USA che avevano visto su Flickr la foto  “Spiritual Light” e la volevano usare sul set del film Looper con Bruce Willis in uscita nel 2012 che veniva girato all’inizio del 2011 e allora l’ho concessa alla produzione del film a Beverly Hills. Inoltre una casa editrice di New York, la Midsummer Night’s Press mi aveva chiesto alcune delle mie fotografie da usare per delle copertine. Questo diciamo che è stato il primo vero passo verso qualcosa di più “vero” al di là dei giochi fotografici che facevo per pura passione e divertimento.

Da quello che ho potuto vedere dalle tue fotografie e da quelle che mi hai portato oggi, non hai un soggetto o un ambiente specifico, giusto?

Sì. Mi piace cambiare, dipende poi anche dalle situazioni. Passo dai ritratti ai paesaggi alle pure immagini che possono diventare pubblicitarie.

Però nei ritratti, per esempio, l’elemento che risalta maggiormente è la bocca. Sbaglio?

No, non sbagli. Effettivamente è la bocca. Ma più che un aspetto specifico, mi piace il contesto in generale di una fotografia: l’uso e l’accostamento dei colori nel paesaggio di sfondo e del soggetto in primo piano, le pose, la luce e l’atmosfera che voglio ottenere.

Continua a leggere

Pubblicato in fotografia, interviste | Contrassegnato , , | Lascia un commento

La professione di fotografo: Roberto Pastrovicchio

[di Roberto Srelz] Roberto Pastrovicchio. Nato a Trieste, nel 1975. Ciao Roberto. Un Peccato di Gola per te?

Questo. Eccolo il peccato di Gola. Il panino di vetri. Ho fatto una cartolina ispirandomi al detto triestino: ‘meio che un panin de vetri’. La Gola è il peccato perfetto per questa fotografia; ingozzarsi di cose, senza capirne il senso, in qualsiasi campo. In parte è anche positivo, perché vuol dire che non sei mai sazio, che stai sempre cercando qualcosa in più. E all’inizio, nella fotografia, sei più peccatore e più goloso che dopo, sicuramente. E poi adesso sto lavorando proprio sul Food …

Catalogo prodotti Food! Peccato. Speravamo di entrare nel mezzo di una session con modelli.

Eh non è il periodo giusto.

Lavori completamente su Mac?

Si tutto su Mac. Tempo addietro lavoravo su pc, ovviamente per motivi di costo, naturalmente. E anche perché nel primo studio in cui ho lavorato si era completamente su piattaforma Pc. Ho imparato tutto su Pc e poi, vedendo i Mac in giro, gradualmente mi sono spostato … per non tornare indietro.

Secondo te vale la pena? Come costo è indubbiamente superiore. 

Si, assolutamente! Costo decisamente superiore ma devi paragonarlo a un Pc di fascia molto alta. In quella fascia, più o meno, ora, i prezzi si equivalgono. Però alcuni software di cui io avevo bisogno giravano solo su Mac, in quel momento – ancora adesso alcuni girano solo su Mac. Negli ultimi due anni ci sono stati alcune conversioni e ora girano anche su Pc, ma è una cosa recente. Dorsi digitali, medio formato: fotografia professionale. Su quelle cose il Mac era, ed è, inimitabile.

Con che software lavori?

Photoshop ovviamente. Capture One per l’acquisizione delle immagini.

Analogo a Lightroom.

Analogo a Lightroom, anche se ‘C1′ non ha la gestione del catalogo, ma è molto più potente dal punto di vista dell’acquisizione istantanea dell’immagine via cavo. Lavoro sempre con la macchina attaccata al computer, da tanto ormai.

 

Con la macchina sempre attaccata via cavo per un motivo?

Sempre attaccata via cavo al computer per vari motivi. Primo per sicurezza mia – tranquillità nel sapere che l’illuminazione sia a posto, niente di bruciato nelle alte luci, queste cose qui. Secondo perché lavoro quasi sempre con il cliente vicino: agenzie pubblicitarie, committenti finali. Bisogna essere insieme per fare certi scatti, è difficile capire subito la soddisfazione del cliente altrimenti.

Non sei mai da solo quindi.

Ma, dipende. Un catalogo Food come quello al quale sto lavorando lo posso fare da solo, poi via email in contatto con l’agenzia e via dicendo.

Hai calibrato la stampante?

… guarda ho appena preso il calibratore per la stampante, in arrivo da eBay. No, scherzi a parte, devo ancora farlo visto che la stampante l’ho acquistata da poco. Chi fa fotografia deve prestare attenzione, anche se c’è un po’ di pigrizia oltre al monitor va fatto anche quello, anche la stampante. Ho avuto la fortuna di iniziare con uno studio che lavorava ancora quasi completamente in pellicola: io lavoravo già con il digitale e li ho portati un po’ io verso di esso, ‘bisogna prendere il calibratore’, ‘bisogna prendere questo e quello’ … e ho visto le differenze. Quindi sono pienamente consapevole. Le foto, poi, arrivavano in agenzia giuste, ed è importantissimo. Se no: ‘Giallo! Ma scusa, hai calibrato?’ – ‘No…’ , e allora …

Per te il ‘giusto’ che cosa significa? Vedo che tutto è estremamente ordinato, preciso nel tuo studio …

Guarda, esistono due ‘giusti’, ovviamente: ‘giusto giusto’ da tabella – tecnica, perfezione matematica – e ‘giusto interpretato’ che deve comunque avere tonalità e alte luci e ombre rientranti in certi valori limite numerici, stabiliti, che ti confermano la bontà dell’immagine. Non bisogna tentare di essere solo coloristi, bisogna dare anche un’interpretazione perché altrimenti la foto perde di senso. In una foto da catalogo è più facile – luci fisse, ombre sotto controllo, tutto già calibrato in partenza e molto scientifico. Reportage no, naturalmente, in strada è completamente diverso. Esiste comunque una buona possibilità di riuscire a definire un flusso di lavoro molto ben calibrato pur mantenendo creatività. Purtroppo tante persone non hanno idea di che cosa sia il colore, di che cosa sia la post-produzione … secondo me la teoria del colore devi studiartela. A scuola non c’è, è difficile … pochissimo negli istituti tecnici, niente in quelli scientifici. Qualcosa in fisica all’università, ma poco. Sono tutte nozioni che devi acquisire autonomamente, ancor di più quando scopri la passione per la fotografia. La grande fortuna di adesso è avere Internet. Trovando i riferimenti giusti, puoi studiare qualsiasi cosa, in poco tempo.

Questo passaggio dall’analogico al digitale, che io ho avuto la fortuna di fare, manca a gran parte degli appassionati che cominciano adesso. Nell’analogico avevi già le basi: l’istogramma esisteva in versione analogica, guardavi i neri, i grigi e i toni medi e li capivi. Ora parti dal digitale, ti appare l’istogramma sul display della macchina e dici: ‘Accidenti, un grafico! E adesso?’

Continua a leggere

Pubblicato in fotografia, gola, interviste, professionismo | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

La voglia di emozionare: Helmut Newton

[di Marco Castro] “Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare: tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.”

Oppure: “Il mio lavoro come fotografo ritrattista è quello di sedurre, divertire e intrattenere.”

Nadja Auermann

Con queste parole Helmut Newton (1920-2004) descrive la sua idea di fotografia e il suo rapporto con essa. Questa è invece la definizione di lussuria in due parole: incontrollata sensualità. O ancora: l’attrazione verso il corpo di un’ altra persona, il desiderio sfrenato di possederlo.

Di certo con i suoi scatti il fotografo tedesco ci ha sedotti ed emozionati. Maestro del nudo, lussuria ed erotismo sono la costante dei suoi scatti. Protagonista delle sue foto è quasi sempre la donna, nuda o seminuda, in ogni caso in atteggiamenti e pose provocanti. Le sue donne sono creature belle che esprimono sicurezza e determinazione, i loro corpi un manifesto di erotismo, provocazione e seduzione, in grado di stimolare l’immaginazione, i pensieri, i sogni proibiti di ogni uomo.

 

 

Adriana Giotta, in posa e abiti provocanti

Questa idea di trasgressione così ricorrente è spesso amplificata da un’acconciatura particolare, da un forte trucco o da un “abito” sensuale. Un taglio a caschetto, una maschera o una giacca di pelle non sono quindi degli elementi complementari ma hanno un ruolo fondamentale per esaltare la lussuria, per far cadere in tentazione, per far cedere al peccato.

Newton come maniaco dei particolari, dunque. “Porto sempre con me un taccuino -ha detto una volta- dove annoto le fotografie che farò nei minimi dettagli.” Una goccia di sudore, delle labbra gonfie, un bacio, l’interazione dei muscoli. O ancora: una donna che fuma una sigaretta, che sorseggia un bicchiere, che accavalla le gambe, che si guarda allo specchio. Perfino il modo di passeggiare o di salire delle scale. Ogni piccolo e apparentemente insignificante aspetto dei suoi ritratti è studiato appositamente per amplificare l’idea di lussuria e trasgressione e per esaltare quel manifesto dell’erotismo che è la sua fotografia.

Le sue donne hanno un carattere forte, sono trasgressive e intimidatorie con i loro tacchi a spillo, i loro sguardi, le loro posture.Tra i soggetti preferiti da Newton troviamo delle vere e proprie icone della sensualità e della provocazione femminile. Non solo modelle  ma anche personaggi dello spettacolo, della cultura e del cinema, da Ava Gardner a Nadja Auermann, passando per Eva Herzigova, Monica Bellucci e Carla Bruni. Ma il soggetto preferito dei suoi scatti è stata forse la moglie June: conosciuta anche come Alice Springs, è stata la sua fonte di ispirazione oltre che protagonista di alcuni (e tra i più famosi) suoi ritratti.

June Netwon, Paris 1972

La lussuria non è resa solo dal semplice corpo nudo ma anche dai dettagli, da ciò che sta intorno, dall’ambientazione. Eros  come emblema dunque, ma combinato con sfondi di scenari urbani o interni asettici, in ogni caso mai banali: una finestra con vista sulla città, il tetto di un palazzo, una strada trafficata, una camera da letto in un albergo o un bar sono solo degli esempi di “teatri” in cui Newton sceglie di immortalare le sue donne. Nulla viene lasciato al caso e così come contano i dettagli anche gli scenari hanno un ruolo determinante nei suoi scatti. Per questo predilige gli scatti nelle strade o negli interni piuttosto che quelli in studio.

Per la sua creatività, per la sua innovazione e soprattutto per l’aggressività e per i contenuti delle sue immagini Newton è stato sicuramente tra i fotografi più chiacchierati. “Se c’è qualcosa che odio – ha detto una volta – è sicuramente il buongusto:  per me è una parolaccia.” Fin dall’inizio della sua carriera (siamo alla fine degli anni ’40) ritrae nudi e le sue foto portano per la prima volta agli occhi di tutti oggetti di masochismo e lesbismo, immortalando donne piacenti e tentatrici, in pose seducenti e ad alto contenuto erotico. Una provocazione continua per gli occhi e per quel buongusto che lui riteneva essere l’unica volgarità. Forse per questo le sue foto “ambigue” piacciono ancora oggi, nonostante il suo stile fotografico scabroso gli abbia procurato diverse critiche. Ma a chi si scandalizzava di fronte alle sue immagini Newton rispondeva: “Bisogna pur esser all’altezza anche della propria cattiva reputazione”. E per questo ha fatto della lussuria l’emblema dei suoi capolavori.

Marco Castro
Pubblicato in fotografia, lussuria | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Gola in Fotografia

[di Christian Milotic] Eccoci qui, Clikkini. Mentre mi preparavo a scrivere questo articolo, tutto ad un tratto, nella mia stanza, sopra la mia testa saltano due lampadine su tre, creando un’ambiente tetro, con poca luce, quasi a ricordarmi che il Peccato di questo mese è il più ignobile finora trattato: la Gola.
Questo Peccato non ha a che fare con il peso, ma con il piacere di appagare il nostro corpo con cose materiali, senza moderarsi nell’assumere dal cibo al fumo, all’alcool: è un tema di vita esistenziale. ‘Uccide più la gola che la spada’, un proverbio al volo su questo peccato che spesso possiamo inventare. Niente di più vero, se si pensa alla nostra incapacità di frenare, di moderare il consumismo, basti pensare a chi pur consapevole dei rischi ormai dimostrati accetta di rovinarsi polmoni e bronchi, a chi allo stesso modo sceglie di sfidare la cirrosi epatica, a chi ha il diabete, a chi assumendo droga arriva fino alla morte: ricordiamo sempre che il nostro corpo ci comunica cosa serve. Basta ascoltarlo.

Ora ritroviamo il peccato in fotografia. Esso viene accostato al maiale e al colore arancione, e questo mi fa venire in mente una scena da proporvi: una tavola imbandita di cose, plastificate e pitturate in bianco, ed una persona, cosparsa di fango, con indosso una maschera da maiale, la’ a far banchetto senza freni, sporcando di fango le cose per colpa della sua frenesia.

Come luci usiamo un Beauty Dish con nido d’ape a quarantacinque gradi, direzionato verso il soggetto; una Maxilite anch’essa con nido d’ape, posta di fronte al Beauty Dish, come a guardarsi, con in mezzo il soggetto, così da creare la tridimensionalità. Una terza luce va posizionata sul muro di sfondo: usiamo una seconda Maxilite con una gelatina colorata color arancio, e un Black Foil (un sottile foglio di alluminio, ignifugo, di colore nero opaco, modellabile con le mani per sagomare i fasci di luce). Bucherellato davanti. Creeremo così un’atmosfera tetra dietro al soggetto, con il color arancio che riprende il colore del Peccato. Ora non manca altro che ‘clikkare’ con il bottone della macchina fotografica e sbizzarrirsi con i tagli e le inquadrature: girate attorno al tavolo e troverete il vostro scatto preferito …

… e come ultima cosa, i detti sul peccato:

“Il miglior condimento del cibo è la fame” (Cicerone)

“All’inizio tu ti bevi  un bicchiere, poi il bicchiere si beve un bicchiere, poi il bicchiere si beve te” (F.S.Fitzgerald)

“I golosi si scavano la fossa con i denti” (H.Estienne)

 

Al prossimo mese, Clikkini.

Christian Milotic
Pubblicato in articoli, fotografia, gola | Contrassegnato , , , | Lascia un commento