[di Roberto Srelz] Foto Omnia. Siamo con Ugo Borsatti nel suo studio fotografico, in via Gatteri, a Trieste; è sera, è quasi orario di chiusura.
Venite, venite. Vi prendo due sedie.
Se non disturbiamo … Come si trova, con questo Mac?
Mah, mi trovo. Mi trovo con quello, mi trovo con questo – col Pc … abbastanza complicato, il tutto. Meglio il Mac del Pc forse per la mia attività, ma siccome devo tenerli tutti e due …
Allora, signor Borsatti, Stefano è il presidente di dotART, vi conoscete già. Io sono una specie di giornalista; mi fa tanto piacere incontrarla.
Ugo. Va bene. Anch’io sono una specie di giornalista. Sono uno dei più vecchi iscritti all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista. Al tempo ero anche corrispondente di ‘Crimen – Criminologia e Polizia Scientifica’ … circolava proprio la battuta: ‘Cosa sei , uno dei Giornalisti? Non sarai mica di ‘Crimen’?’ . Cambiava continuamente, comunque: ‘Cronaca’, ‘Detective’, ‘Detective Crimen’ … solo cronaca nera, naturalmente. Avevo iniziato solo con le foto, poi mi avevano chiesto le didascalie, e poi alla fine proposto di scrivere anche i pezzi. Si. Adesso finalmente hanno riconosciuto anche ai fotografi il diritto di essere considerati giornalisti.
C’era un poco di … fastidio, da parte dei giornalisti, nei confronti dei fotografi?
Eccome. Erano due categorie distinte; rivali, in un certo senso. Una volta, il giornalista era sempre quello che faceva il pezzo; il fotografo, secondo loro, non era importante. E invece ho avuto recentemente una grande soddisfazione, al Circolo Fotografico Fincantieri Wärtsilä. Due o tre mesi fa, al termine di una presentazione al pubblico con proiezione delle mie vecchie foto, Luciano Ceschian, che è stato direttore de ‘Il Piccolo’, si è alzato e ha detto: ‘Scusate un momento, posso intervenire? Qui con noi c’è Borsatti. Mi ricordo di un pezzo che avevo scritto per il ‘Gazzettino’, descrivevo una mareggiata, lavoravo e lavoravo sul pezzo, ci avevo lavorato tanto; poi arriva Ugo Borsatti, e porta una foto, e di fronte alla foto tutto quello che avevo scritto io era improvvisamente … niente’. Mi ha fatto molto piacere. Noi avevamo lavorato assieme proprio per il ‘Gazzettino’ – per il ‘Gazzettino’ ho lavorato a lungo, per diciott’anni. C’era sempre stata, questa ‘casta’ dei giornalisti, e il fotografo era sempre stato sottovalutato, nelle sue capacità.
Da quanti anni è in attività, Ugo?
Esatti sessanta. Al primo settembre di quest’anno. Dal 1952. Sto preparando un libro, su questo compleanno: un libro non solo fotografico. Su vari periodi. Ci tengo molto, a questo libro; sessant’anni di carriera non si compiono tutti i giorni.
E posso chiederle a che età ha cominciato a fotografare?
Ebbene, ieri era il mio compleanno …
Tanti auguri!
… grazie, grazie. E insomma un mio amico mi ha chiamato: ‘Tanti auguri per i tuoi Cinquantotto!’ – a cifre invertite, naturalmente. Sono ottantacinque appena compiuti. Ho cominciato la mia carriera tardi, se no ne avrei di più, di anni di carriera. Ho studiato per geometra, mi sono diplomato esattamente alla fine della guerra. Poi ho fatto un po’ di tutto, anche il … geometra, per il Comune di Trieste, che in quel periodo era sotto amministrazione Alleata. Poi ho lavorato per il Censimento, nel 1951 … finito quello, mi hanno preso a lavorare sulle carte d’identità per il territorio controllato dagli Alleati, che erano grandi così, azzurre, in quattro lingue … poi la fotografia. Da ragazzino avevo fatto qualcosa di fotografia, una in particolare, dopo ve la mostro …
Che cosa aveva fotografato?
Io abitavo qui vicino, in via della Ginnastica Triestina, sulla strada che dalle caserme portava verso il centro città. Nel 1943, l’8 di settembre – ero ancora studente – ecco il proclama di Badoglio: ‘I tedeschi sono cattivi!’ E si erano arrabbiati, anche giustamente a loro modo di vedere, senz’altro. I tedeschi stavano portando giù dalle caserme dei soldati italiani, lungo la via Ginnastica e verso un presidio. Avevo una macchina fotografica che era di mio fratello, sottomano, con una strana pellicola che costava un sacco di soldi ed era difficile da reperire. Tra le persiane mezze aperte e mezze chiuse, con mia mamma che mi gridava sottovoce: ‘No! Che non sparino! Vieni via!’ , sono riuscito a scattare tre foto, che dopo sono diventate famose. Sono state pubblicate molte volte; una, ingrandita, è alla Risiera di San Sabba, e vengono mostrate nelle ricorrenze. Le prime foto importanti che ho fatto.
C’è voluto coraggio, per fotografare i tedeschi che scortavano, armati, i soldati prigionieri.
Non ci ho pensato, avevo la macchina; mi sembrava una cosa importante, ed ho scattato.
Che cosa le aveva dato lo spunto per iniziare la sua carriera?
Mio papà era un vecchio fotografo amatoriale. Scattava e sviluppava su lastra, cercava di fare delle foto belle. C’era qualcosa nei nostri geni, probabilmente, e io l’ho seguito. Dopo quelle prime foto importanti ho cominciato a cercare di lavorare, mi sono fatto la licenza – le licenze erano bloccate, perché l’Associazione degli Artigiani era riuscita a convincere il questore e fare in modo che le stesse venissero rilasciate solo in presenza di un parere favorevole degli Artigiani. Follia!
Quando ha cominciato c’erano già foto a colori?
No, proprio all’inizio, qui, negli anni Quaranta, non c’erano … la Kodachrome e l’Agfacolor sono di fine anni Trenta, quindi tutto era di reperimento molto difficile, io non avevo pellicola o tecnica di sviluppo a colori a mia disposizione. Lavoravo in bianco e nero.
Che macchine usava?
A seconda dei periodi. Rolleiflex, Leica … all’inizio avevo una Voigtlander Prominent appena uscita. L’unica 35mm con l’otturatore centrale, che mi permetteva di lavorare con il piccolo flash che avevo, il flashetto da sette chili. Ecco, questa è la mia prima foto da professionista, stavo aspettando la licenza e mancava ancora qualche giorno; stavo ammirando e rigirando la macchina, mio papà mi dice: ‘Vai, vai giù in cortile!’ – vado giù nella corte scura, non c’erano esposimetri, non avevo niente, e a occhio ho azzeccato la posizione e la fortuna del topo che stava sollevando la zampa, bastava un secondo e sarebbe risultato indistinto, una macchia e basta. Queste invece erano donne che portavano il latte … Basovizza, Trieste e ritorno. Venti chilometri al giorno, senza contare tutti i piani di scale che facevano per raggiungere i clienti. Questa invece è la mareggiata, quella di cui raccontava Ceschian, quando parlava dell’articolo che avrebbe potuto buttar via una volta arrivata in redazione la mia foto … mai viste onde alte così, veramente. Libeccio a Ferragosto.
La sua foto più bella?
Adesso arriva. Non so se dire la più bella; direi, la più significativa fra le mie. Il soldato che bacia la ragazza, sulla banchina del treno. Trieste nel 1954. Lei non c’è più, adesso, era andata negli Stati Uniti, li avevo conosciuti – un momento bellissimo – ed ero rimasto in contatto con loro; è stata per sempre accanto al ragazzo che l’aveva baciata.
La foto a colori le piace?
No. Cioè, si, insomma. Ma mi piace più il bianco e nero. E’ assurdo dire: ‘Non mi piace il colore’; colore, perché no. Ma io amo il bianco e nero.
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